Immigrazione e cittadinanza. I numeri oltre la propaganda

Immigrazione e cittadinanza

L’immigrazione è diventata il campo di battaglia preferito della politica. Un tema che accende pance, raccoglie voti, alimenta paure. Eppure, se si scava appena sotto la superficie degli slogan, emerge un quadro molto meno urlato e molto più concreto. L’arrivo dei migranti non è un’emergenza permanente, né un’invasione fuori controllo. Così come l’accesso alla cittadinanza non può restare incastrato in una liturgia burocratica che sa di Ottocento.

La questione è più semplice e più antica di quanto si voglia far credere: meglio cittadino che suddito, meglio integrato che invisibile, meglio parte di una comunità che corpo estraneo. Valeva nell’antichità, vale oggi. La cittadinanza è un concetto mobile, non un fossile da museo.

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Cittadinanza: sangue o territorio?

In Italia il dibattito resta inchiodato a una contrapposizione che altrove è stata superata da tempo. Da una parte lo ius sanguinis, il diritto di sangue: sei italiano se nasci da italiani, ovunque tu venga al mondo. Dall’altra lo ius soli, il diritto di territorio: cittadino è chi nasce dentro i confini dello Stato, indipendentemente dalla nazionalità dei genitori.

Il nostro sistema privilegia il primo. Un’impostazione che affonda le radici nel Risorgimento e che oggi mostra tutta la sua rigidità. In un Paese che invecchia, perde abitanti, fatica a reggere il peso del proprio welfare, legare la cittadinanza solo al sangue appare sempre più come un esercizio di nostalgia istituzionale.

Il paradosso è evidente se si guarda oltreoceano. Gli Stati Uniti hanno chiuso le frontiere, irrigidito le politiche migratorie, ma continuano a riconoscere automaticamente la cittadinanza a chi nasce sul loro territorio. In Italia accade l’opposto: si discute ossessivamente di “controllo dei confini”, ma si nega uno status pieno a chi cresce, studia, lavora e paga le tasse qui.

I dati che smontano l’allarme

I numeri raccontano una storia diversa da quella agitata nei talk show. Secondo i dati Istat relativi al biennio 2023-2024, in Italia sono entrati circa 760mila cittadini stranieri. È un valore elevato rispetto agli anni precedenti, con un incremento del 13 per cento rispetto al 2022, quando i permessi di soggiorno rilasciati erano stati circa 330mila.

Le principali aree di provenienza sono Africa e Asia. I Paesi più rappresentati risultano Marocco, Ucraina, Bangladesh, Filippine ed Egitto. Un dato che va letto insieme al contesto internazionale: guerre, instabilità politica, crisi umanitarie. Il conflitto in Ucraina, in particolare, ha inciso in modo significativo, rendendo Kiev il primo Paese di origine per numero di arrivi.

Dentro queste cifre rientrano anche rifugiati e richiedenti asilo provenienti da aree di crisi africane e, in misura minore, dal Medio Oriente. Movimenti forzati, non migrazioni “di comodo”. Persone che scappano, non che pianificano un’avventura.

Il confronto che nessuno ama fare

Se si allarga lo sguardo, l’Italia appare tutto fuorché travolta. Nel 2015, durante l’esodo dalla Siria devastata dalla guerra civile, la Giordania accolse quasi 700mila rifugiati registrati. La Germania di Angela Merkel ne ricevette circa 430mila. L’Italia, nello stesso anno, ne vide arrivare poco meno di 40mila.

La sproporzione è impressionante. Eppure, nel racconto pubblico, il nostro Paese viene descritto come una sorta di diga sul punto di cedere. Una narrazione che serve a soffiare sulla paura di una classe media impoverita, compressa tra precarietà lavorativa e quartieri che cambiano volto.

Il disagio esiste. Negozi storici che chiudono, serrande sostituite da kebab, barberie, macellerie halal, bar gestiti da magrebini o africani. Il cambiamento urbano spiazza, genera senso di perdita. Ma trasformare questa trasformazione in un incubo identitario non aiuta a governarla.

Gli estremi che non funzionano

La destra usa l’immigrazione come moltiplicatore emotivo. Ogni sbarco diventa prova di un collasso imminente, ogni dato viene gonfiato fino a perdere contatto con la realtà. La sinistra, dal canto suo, spesso scivola nell’atteggiamento opposto: frontiere spalancate come atto morale, senza una vera riflessione sulla tenuta dei territori, dei servizi, del mercato del lavoro.

Nessuna delle due posture regge alla prova dei fatti. Governare i flussi dalle aree magrebine e subsahariane richiede una politica di sistema. Accordi seri, canali legali, programmazione. Non slogan, né romanticismi.

Il nodo lavoro che tutti fingono di non vedere

C’è un dato che dovrebbe zittire ogni polemica sterile. Secondo le stime della CGIA di Mestre, entro il 2029 andranno in pensione circa 3 milioni di lavoratori. A questi si sommano le oltre 23 milioni di prestazioni pensionistiche già in carico all’INPS.

A ottobre 2025 gli occupati in Italia risultavano circa 24,2 milioni. Il rapporto è fragile, destinato a peggiorare. Dentro questo quadro spicca un’altra cifra che racconta una distorsione tutta italiana: circa 400mila baby pensionati, persone ritiratesi dal lavoro molto giovani e che da oltre quarant’anni percepiscono assegni superiori al montante contributivo versato.

Il sistema scricchiola. E lo fa mentre interi settori produttivi non trovano manodopera.

Le imprese chiedono persone, non slogan

Confindustria Emilia ha stimato che, sul solo territorio regionale, mancheranno circa 300mila lavoratori entro il 2029. La richiesta rivolta al governo è chiara: servono immigrati da istruire, formare, inserire stabilmente nei cicli produttivi.

Non braccia usa e getta. Persone. Con diritti, doveri, prospettive. Qui la cittadinanza smette di essere un tema ideologico e diventa leva economica, sociale, demografica.

Trattarla come un rituale burocratico ottocentesco significa rinunciare a colmare divari territoriali, culturali e produttivi. Significa accettare un declino silenzioso, mascherato da difesa dell’identità.

Immigrazione e cittadinanza non sono problemi da subire. Sono processi da governare. I numeri, se letti senza filtri propagandistici, raccontano un Paese che avrebbe tutto l’interesse a trasformare le ondate migratorie in una risorsa strutturale.

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