di Giustino Parisse, Il Centro – A volerla semplificare si potrebbe dire che ancora oggi, a quasi sei anni dal terremoto, non si sa come è stato speso circa un miliardo di euro che lo Stato centrale ha stanziato nel periodo dell’emergenza e in particolare nel 2011 e 2012. Soldi che erano confluiti in quella che tecnicamente si chiama “contabilità speciale”. In soldoni: la Ragioneria centrale dello Stato accreditò il miliardo su un conto che faceva capo alla struttura commissariale guidata fino al settembre 2012 dall’allora presidente della Regione, Gianni Chiodi, il quale Chiodi girò i soldi ai Comuni a seconda delle necessità (autonoma sistemazione, indennizzi alle imprese, spese per alberghi, rimborsi spese e quant’altro). La contabilità speciale è uno strumento che viene adottato quando c’è la necessità di intervenire in modo rapido evitando vari passaggi burocratici. Ma la condizione è che tutto venga rendicontato fino all’ultimo centesimo di euro attraverso pezze di appoggio cartacee e in originale. E’ accaduto che i Comuni del cratere a rendiconto delle spese hanno inviato al commissario quintali di documenti (fatture, parcelle, scontrini e chi più ne ha più ne metta). Il materiale ora è in un paio di garage di palazzo Silone in attesa che qualcuno esamini le carte una per una, faccia un rendiconto dettagliato e mandi il “malloppo” a Roma. Tutto questo fino a ora non è stato fatto e non si sa come farlo. La novità è che tre giorni fa la Ragioneria territoriale dello Stato, sede dell’Aquila, ha inviato una lettera all’ex commissario Chiodi, alla presidenza del consiglio , al dipartimento di Protezione civile e per conoscenza alla Ragioneria centrale dello Stato con la quale si lancia un ultimatum: se entro 30 giorni non saranno presentati i rendiconti (contabilità speciale numero 5281) verrà informata la Corte dei conti e l’amministrazione centrale. Le conseguenze potrebbero essere una indagine contabile a carico dell’ex commissario Chiodi e finanche un blocco dei finanziamenti per la ricostruzione in attesa di chiarire come è stato speso quel miliardo di euro. Tutta colpa di Chiodi dunque? Certamente l’ex commissario avrebbe dovuto sin dal momento dell’apertura della contabilità speciale attrezzare una struttura in grado non solo di dare i soldi ma anche di farne una rendicontazione puntuale. Chiodi però, quando a fine mandato (senza più quindi la possibilità di agire per ordinanze) cercò di creare la struttura si trovò davanti un grosso ostacolo: per far nascere quella task force serviva una legge ordinaria. L’ex commissario sostiene di aver scritto più volte al governo (all’epoca al ministro Trigilia) ma di non aver mai avuto risposte. Si tentò anche di utilizzare gli assunti del concorsone ma pure quel tentativo fallì.

Chiodi ha provato fino alla fine del suo mandato da presidente della giunta regionale a istituire una struttura in grado di mettere mano alla montagna di carte e dare almeno un segnale che qualcosa si stava facendo. Nell’aprile del 2014 fu preparata una delibera di giunta che aveva proprio l’obiettivo di formare un gruppo di lavoro. Ma poi Chiodi perse le elezioni e non se ne fece più nulla.

La questione è ben nota anche agli attuali amministratori regionali (D’Alfonso e Lolli ne parlarono nel corso di una conferenza stampa di qualche mese fa quando annunciarono la disponibilità di circa sei miliardi per la ricostruzione dell’Aquila). L’ultimatum della Ragioneria – 30 giorni dalla data della lettera che è del 3 febbraio – appare del tutto irrealistico: è impossibile riuscire a fare in un mese ciò che non si è fatto in più di tre anni. Una soluzione però andrà trovata tanto che della questione è stata investita la sottosegretaria Paola De Micheli che per conto del governo Renzi si occupa delle problematiche relative alla ricostruzione dell’Aquila. Difficile a questo punto immaginare cosa può succedere. La realtà è che, in mancanza di rendiconto, c’è chi potrebbe pensare che quel miliardo sia stato speso per bagordi vari e non per l’emergenza post-sisma. Non è quindi solo un problema contabile ma è anche una questione di immagine visto che quei soldi erano soldi di tutti gli italiani che hanno il diritto di sapere come sono stati spesi. Continuare a tergiversare potrebbe rafforzare l’idea – che in giro per l’Italia purtroppo già c’è – di terremotati profittatori e spreconi. Carte in mano va dimostrato il contrario ma fin quando ciò non avverrà ognuno si sentirà autorizzato ad alimentare dubbi e sospetti. E avrà un miliardo (di euro) di ragioni per farlo.

L’Aquilablog, 12 febbraio 2015

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