Grazie all’estrema varietà geografica e sociale del Paese, l’italiano idioma è particolarmente ricco di parolacce ed espressioni triviali. Interessante è scoprirne l’origini e le curiose (e spesso inattese) etimologie. E proprio su questo singolare argomento si sofferma Lorenzo Tomasin nella copertina del Domenicale recensendo il saggio di Pietro Trifone “Brutte, spoche e cative. Le parolacce della lingua italiana”, così come riportato nella rubrica “Domenica” de Il Sole24Ore.

Le parolacce sono un efficace termometro culturale. La loro distribuzione nello spazio nazionale (gli improperî di Roma non sono, in molti casi, gli stessi di Milano) e nel tempo (“negro” non era un insulto fino a pochi decenni or sono, “poltrone” è un epiteto che oggi non farebbe scorrere sangue come alcuni secoli fa) illumina versanti significativi, e spesso difficilmente indagabili con altri mezzi, della storia sociale, di quella religiosa, del concetto di morale e dei lineamenti antropologici di una comunità di parlanti.

Prendiamo un caso (classico), tipo “figlio di puttana”, al quale – nella variante “fili dele pute” che si legge nell’affresco della basilica romana di San Clemente, del secolo XI – spetta il primato di più antico insulto scurrile attestato in italiano e ha una traiettoria abbastanza lunga da finir per essere qualcosa di molto simile a «una specie complimento, se non proprio un titolo onorifico come nella nota macchietta di Paolo Villaggio» che di questo epiteto in forma abbreviata gratificava, come se si trattasse appunto d’un motivo d’ammirazione, il suo megadirettore.

I mutamenti nel tempo sono significativi e spettacolari proprio nel campo del turpiloquio (letteralmente, il “parlare sporco”), in cui ad assumere significati turpi, offensivi o degradanti sono parole spesso dotate di un’infanzia felice, cioè di un significato originario tutt’altro che immondo. È il caso di “frocio”, oggi doppiamente tabuizzato per la sua natura d’insulto discriminatorio, di cui il linguista accredita la spiegazione come variante dialettale del toscano “floscio”, allusivo in origine al modo di parlare “afflosciato” (si pensi al tipo erre moscia) dei parlanti stranieri. Ed è il caso di “mignotta”, nome di un’antica professione gratificata da sempre da un ventaglio amplissimo di designazioni diversamente connotate: in questo caso si tratta certamente del francese “mignot(te)”, che all’origine è un appellativo affettuoso (“graziosa”, “piacevole”). E se i burini celano probabilmente nel loro nome quello del “bure”, parte dell’aratro naturalmente associata all’indole greve e terragna dei contadini, i “buzzurri” devono il loro nome a una trafila che rimonta al “buggero/bulgero”, cioè letteralmente “bulgaro”: nome di un popolo che per varie e imprevedibili ragioni in Italia ha generato numerosi epiteti triviali.

Gli esempi che abbiamo scelto illuminano un carattere tipico di questo libro, cioè l’attenzione precipua a quello che già Dante nel “De vulgari eloquentia” chiamava “tristiloquium turpissimum”, cooptando il romanesco nella sua rassegna – perlopiù francamente denigratoria – dei dialetti d’Italia.

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