Maria Cattini – Parla per più di un’ora il sindaco Massimo Cialente nel suo intervento di apertura del Consiglio comunale. Una riunione dell’assise convocata dall’avvocato Carlo Benedetti per discutere dell’inchiesta “do ut des” che ha sconvolto l’amministrazione cittadina. Inutile per le opposizioni denunciare il grave ritardo della convocazione dei lavori. Benedetti è giustificato: svolgere contemporaneamente le funzioni di presidente del Consiglio comunale e di avvocato difensore in tribunale del sindaco, ex vice sindaco e ex assessore non è facile in giorni come questi. Bisogna prenderne atto e provare a concentrarsi, finalmente, sulle parole del sindaco.

All’apertura dei lavori, Cialente, come gli anziani, ci tiene a ripercorrere, ora per ora, la settimana del calvario che si sarebbe dovuto concludere con l’annunciato “sacrificio umano” delle sue dimissioni.
Poi, invece, l’impensabile: “Giuro che mi è stato chiesto da tutta la città e ho capito che se non ritiravo le dimissioni avrei dovuto abbandonarla e non farmi più vedere in giro,” spiega ad annoiati consiglieri comunali che preferiscono passare il tempo giocherellando con tablet, smart phone e telefonate varie. Anche perché la sua versione dei fatti, Cialente ha avuto modo di ripeterla più volte, quasi dovesse convincere se stesso prima ancora che i suoi cittadini.

E’ la trita e ritrita storia dei complotti orditi contro L’Aquila e gli aquilani: da quello del danese- ci tiene a sottolineare più volte- Soren Sondergaard, a quello del ministro Trigilia.  Al complotto dei quotidiani che hanno osato adombrare sospetti sul suo operato:  Il Fatto, la Repubblica, il Corriere della Sera, L’Espresso e il Sole24ore.

“Il Sole24ore- dice il sindaco- era una specie di bibbia. Ma ha scritto cose false e offensive. Per quello che mi riguarda, meglio essere ‘squattrinato’, come effettivamente sono, che uno di Confindustria che porta i soldi all’estero. Ma attaccare una persona per i suoi difetti fisici definendola ‘lillipuziana’ è gravemente offensivo”.
Qualche consigliere dai banchi dell’opposizione prova a mostrare la sua insofferenza. E allora Cialente, assistito sempre dall’avvocato Carlo Benedetti, lo richiama schernendolo: “Tinari! non siamo al bar di Coppito.” Il consigliere Tinari si impermalosisce e decide così di abbandonare l’aula.
“Ha preso il gettone di presenza, segna”: continua il maestro di bon ton Cialente rivolgendosi ancora al suo avvocato. Il sindaco conclude il racconto e spiega di avere ritirato le dimissioni principalmente per affrontare tre difficili compiti: “recuperare la fiducia dei cittadini, recuperare l’immagine dell’Aquila agli occhi della nazione, ricostruire i rapporti con il governo e l’Europa.”

Secondo Cialente, il primo compito, ça va sans dire, è già stato portato a termine con enorme successo. Lo confermebbero gli indiscutibili attestati di stima, fiducia e solidarietà ricevuti nel corso degli incontri avuti nei giorni scorsi con tutte le associazioni di categoria, del sociale, della cultura e dei rappresentanti di tutti gli ordini professionali. “Tranne qualcuno”, precisa Cialente senza specificare l’Ordine dei giornalisti.

Cialente nega sempre di esserne la causa, ma da oggi pretende di essere la cura delle altre due criticità: recuperare l’immagine compromessa della città e i rapporti con il governo e l’Europa. Alla fine dell’intervento, Cialente non spiega come intende affrontare queste questioni rimaste irrisolte. Non importa. Il suo intervento contiene solo chiacchiere e fumo per giustificare il suo passo indietro: nessuna autocritica. Nessun accenno a come intende segnare “il cambio di passo”, nessuna idea concreta per il futuro della città. Niente.

Seguendo lo stesso esempio del sindaco, per riassumere quello che ha effettivamente riferito nel corso del consiglio comunale, si può fare facilmente “due più due”: c’è del marcio in Danimarca, lui è vittima, la città lo ama, il resto è vita.

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