L'arte di far sparire i capolavori

Agnelli Elkan

Un Monet da 20 milioni, un De Chirico, un Balla. Ventinove opere che valevano decine di milioni di euro nelle case italiane degli Agnelli. Oggi sono in Svizzera e Marocco, senza che il ministero della Cultura ne sappia nulla. L'inchiesta della Procura di Roma racconta una storia italiana: quella di un sistema che protegge chi ha sempre avuto troppo e punisce chi non ha mai avuto abbastanza.

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Quando il patrimonio diventa bottino

La vicenda ha inizio nel 2019, alla morte di Marella Caracciolo. I nipoti John, Lapo e Ginevra Elkann ereditano tutto. La figlia Margherita resta fuori. Dopo qualche mese, durante la verifica degli inventari, emergono i primi buchi: pagine mancanti negli elenchi, quadri spariti, numeri che saltano come in un gioco delle tre carte mal riuscito.

Il Monet era a Villa Frescot nel 2003, poi compare in Svizzera. Al suo posto, a Torino, una copia. Le email sequestrate dalla Finanza raccontano un balletto di opere che attraversano i confini senza permessi, senza documenti, senza che nessuno alzi il telefono per chiedere spiegazioni.

Paola Montaldo, segretaria di John Elkann, scrive nel 2020: "L'originale del Monet era a Frescot nel 2003 ed è stato poi sostituito da una copia?". Una domanda che vale una confessione. Perché si fa una copia di un capolavoro? Per lasciare l'originale al suo posto, ovviamente. Se la copia finisce nell'inventario e l'originale sparisce, qualcuno ha deciso che era ora di cambiare aria al quadro.

Le istituzioni che guardano dall'altra parte

Ma la vera questione non riguarda solo gli Elkann. Riguarda un Paese che da decenni permette ai suoi tesori di svanire sotto gli occhi di chi dovrebbe tutelarli. La Sovrintendenza di Torino, nel 2008, chiede la lista delle opere tutelate. Non pretende mai di vederle. "Io non posso andare da Agnelli e dirgli scusi, mi faccia vedere i suoi quadri", spiega oggi la funzionaria Dell'Omo.

Certo che no. Gli Agnelli non si disturbano. E così, mentre le email parlano di "situazione quadri Italia" che potrebbe essere "cambiata", mentre si organizzano spedizioni e si discute di copie da mettere al posto degli originali, il ministero della Cultura dorme. O fa finta di dormire, che è peggio.

Solo nel 2024 la Sovrintendenza si decide a fare un controllo. Scopre che quattro capolavori del Cinquecento e Seicento sono scomparsi da Villa Frescot: due Coli, un Salviati, un Van Dick. Opere tutelate, che non si possono spostare senza autorizzazione. Nessuno sa dove siano. Il legale di Margherita denuncia, ma la Sovrintendenza non informa né la procura né i carabinieri. Silenzio.

Il privilegio di non rispondere

L'inchiesta di Roma procede contro ignoti. Per ora. Ma le prove raccolte dalla Finanza raccontano una storia precisa: email che discutono di "situazioni" da gestire, chat su regali della nonna scritti cinque anni dopo la sua morte, inventari che cambiano da un anno all'altro, copie che sostituiscono originali.

La domanda è semplice: chi ha deciso di portare quelle opere all'estero? Chi ha dato l'ordine di realizzare le copie? Chi sapeva che quei capolavori stavano lasciando l'Italia senza permesso?

Le email sequestrate suggeriscono che John Elkann fosse informato almeno dal 2004. Maria Aprile, ex amministratrice di Villa Frescot, gli scrive del Monet e dei problemi con la "temporanea importazione". Lui non risponde. O meglio, la risposta è nel silenzio: il quadro finisce in Svizzera lo stesso.

Un sistema costruito sull'impunità

Questa storia fotografa un'Italia che molti fingono di non conoscere. Un Paese dove il patrimonio culturale è di tutti finché resta nelle mani di chi ha sempre avuto il potere di decidere cosa è suo e cosa no. Dove le leggi esistono, ma si applicano con discrezione. Dove chi deve controllare preferisce non disturbare.

L'esportazione illecita di opere d'arte prevede da due a otto anni di reclusione e la confisca. Ma per molti quadri il reato è probabilmente prescritto. Restano le opere, che dovrebbero tornare in Italia. Ma quante probabilità ci sono che un Monet da 20 milioni lasci il caveau di Sankt Moritz per rientrare a Torino?

Gli Elkann sono solo l'ultima puntata di una serie che va avanti da decenni. Il vero scandalo non è che abbiano portato via le opere. È che nessuno li abbia fermati quando era ancora possibile. È che le istituzioni abbiano guardato da un'altra parte, come fanno sempre quando i cognomi pesano troppo e le conseguenze pesano troppo poco.

Il patrimonio culturale italiano non è privato. Ma qualcuno continua a trattarlo come se lo fosse. E qualcun altro continua a lasciarglielo fare.

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