Sorrentino, la grazia e il potere che non c'è più

Sorrentino torna al palazzo. Ma stavolta non c'è Andreotti. Non c'è il divo Giulio con le sue messe, i suoi silenzi, le sue ambiguità che sanno di cripta. Stavolta c'è un presidente della Repubblica che sembra Mattarella, veste come Mattarella, parla come Mattarella. E il problema è proprio questo: non sappiamo più se stiamo guardando cinema o una puntata del Tg1.
"La Grazia" arriva nelle sale dopo anni di successi internazionali, premi, standing ovation. Sorrentino ha conquistato il mondo raccontando l'Italia come nessun altro sa fare: bella, decadente, grottesca, malinconica. Ha filmato papi, dittatori, dive. Ha mostrato la Roma eterna e quella dei rifiuti. Ha fatto del trash alta cultura.
Ma adesso che succede? Succede che il regista si trova davanti a un materiale impossibile: il Quirinale istituzionale, quello delle consultazioni e delle crisi di governo, quello in cui il presidente non governa ma arbitra. E il risultato è un film elegante, impeccabile nella fotografia, perfetto nella ricostruzione scenografica. Ma vuoto.
Il potere senza il potere
Toni Servillo è sempre straordinario. Riesce a dare spessore anche a un personaggio che per costituzione deve essere neutro, equilibrato, super partes. Il suo presidente è solo, prigioniero del Colle più alto di Roma, schiacciato dal peso di una decisione che deve prendere: concedere o no la grazia a un condannato a morte.
Il film funziona quando Sorrentino fa quello che sa fare meglio: mostrare la solitudine del potere. Le lunghe passeggiate nei corridori vuoti del Quirinale. I quadri che guardano dall'alto. Il silenzio che pesa più delle parole. Servillo che cammina da solo, sempre solo, circondato da collaboratori che non sono amici, da consiglieri che danno pareri ma non condividono il peso.
Ma non funziona quando cerca di trasformare questa solitudine in dramma morale. Il presidente deve decidere se salvare un uomo dalla pena capitale. Sembra una questione immensa, shakespeariana. In realtà è un caso di scuola, un esercizio di stile che non scalda il cuore né accende la mente.
Perché? Perché non conosciamo il condannato. Non sappiamo cosa ha fatto, chi era, perché merita o non merita di morire. È un fantasma, un pretesto narrativo che serve solo a mettere il presidente davanti allo specchio della coscienza. Ma uno specchio riflette bene solo se c'è qualcosa da riflettere.
L'Italia che non c'è più
Il vero problema di "La Grazia" è che arriva tardi. Troppo tardi. Sorrentino ha passato vent'anni a raccontare un'Italia che non esiste più: quella dei grandi leader carismatici, dei partiti onnipotenti, delle manovre di palazzo che decidevano il destino del Paese.
Ma nel 2026 il Quirinale non è più il centro del potere. È un luogo di garanzia, di mediazione, di equilibri sottili. Il presidente firma leggi, incontra delegazioni, tiene discorsi istituzionali. Non decide niente di veramente importante. Non governa.
E allora cosa rimane da raccontare? Rimane la forma. La liturgia del potere senza il potere. Le cerimonie senza lo spessore. Il film è pieno di riunioni formali, incontri protocollari, conversazioni educate che non portano da nessuna parte. È tutto corretto, tutto verosimile, tutto tremendamente noioso.
Sorrentino cerca di compensare con la bellezza delle immagini. E ci riesce: ogni inquadratura è un quadro, ogni scena è studiata come un balletto. Ma la bellezza fine a sé stessa stanca. Dopo un'ora, quegli affreschi perfetti iniziano a sembrare tutti uguali. Quelle scale maestose diventano solo scale. Quei lampadari sontuosi solo lampadari.
Il cinema del Gattopardo
C'è un momento in cui il film cita esplicitamente Tomasi di Lampedusa. Il presidente legge "Il Gattopardo" e riflette sulla frase più celebre: "Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi". È una citazione che suona come un manifesto: Sorrentino sta facendo lo stesso gioco. Cambia i personaggi, cambia le storie, ma in fondo racconta sempre la stessa Italia immobile, incapace di rinnovarsi davvero.
Il problema è che questa volta il trucco si vede troppo. Non c'è più la forza di "Il Divo", dove Andreotti era un personaggio talmente estremo da diventare universale. Non c'è la leggerezza de "La Grande Bellezza", dove la malinconia si mescolava alla gioia di vivere. Non c'è nemmeno la rabbia di "Loro", dove Berlusconi diventava il simbolo di un Paese intero.
Qui c'è solo un presidente buono, onesto, tormentato. Un uomo qualunque su una sedia troppo grande per lui. E forse è questo il punto: Sorrentino voleva raccontare proprio questo. L'ordinarietà del potere contemporaneo. La banalità della democrazia matura. La noia della Repubblica che funziona.
Ma il cinema non è fatto per raccontare la noia. Almeno non il cinema di Sorrentino, che ha sempre cercato l'eccesso, il grottesco, lo spettacolo. Quando rinuncia a tutto questo per inseguire una presunta autenticità, perde la sua voce. Diventa un documentarista in cerca di verità che però non ha il coraggio di nominare.
La grazia è la bellezza del dubbio
Il titolo promette molto: "La Grazia" evoca questioni morali profonde, interrogativi senza risposta, conflitti interiori laceranti. Ma il film non mantiene la promessa. Il presidente alla fine decide, ma la sua decisione non ci dice niente di nuovo su di lui, sul potere, sulla giustizia, sulla democrazia.
Forse Sorrentino voleva lasciare aperta la domanda: cosa significa avere il potere di vita e di morte su un uomo? Come si vive con questo peso? Ma senza darci gli elementi per entrare davvero nel dilemma, la domanda resta astratta, lontana, fredda come le sale del Quirinale.
Il rischio è che il film diventi un oggetto di culto per chi ama Sorrentino a prescindere. Quelli che vedranno in ogni inquadratura una citazione, in ogni silenzio una profondità, in ogni gesto una metafora. Ma per chi cerca una storia, un'emozione, una verità, "La Grazia" lascia a mani vuote.
Resta la bellezza. Quella c'è sempre, nei film di Sorrentino. Ma la bellezza senza grazia è solo decorazione. E la decorazione, per quanto raffinata, non basta più.




