Turismo sulla neve: il modello della montagna che si sta sgretolando

Cammini tra vecchi piloni di seggiovie arrugginite. I cavi non scorrono più. Il silenzio è quasi totale. Dove un tempo scivolavano sciatori e risuonavano gli altoparlanti delle piste, resta un paesaggio sospeso. Non è una scena rara. In molte montagne italiane questo scenario si ripete come un ritornello malinconico.
Il turismo legato allo sci continua a ricevere gran parte degli investimenti pubblici destinati alla montagna, eppure il clima cambia, le nevicate si riducono e i conti economici diventano sempre più fragili. Un dossier presentato da Legambiente fotografa con chiarezza questo paradosso: un sistema che continua a essere sostenuto mentre i segnali di crisi diventano sempre più evidenti.
La domanda che aleggia sulle valli alpine e appenniniche è semplice quanto scomoda: il turismo sulla neve ha ancora un futuro?
Il turismo sulla neve non è più sostenibile
La questione non riguarda solo l’ambiente. Riguarda economia locale, politiche pubbliche e l’idea stessa di montagna.
Secondo il dossier dedicato al tema, ogni cento euro di fondi pubblici destinati al turismo montano, novanta finiscono nel cosiddetto “sistema neve”. Si tratta di impianti sciistici, infrastrutture collegate e interventi per sostenere la stagione invernale.
Il problema è che la neve naturale diminuisce.
La conseguenza appare sotto gli occhi di chi frequenta le piste: la neve programmata domina ormai gran parte dei comprensori. Cannoni sparaneve, bacini artificiali e sistemi energetici complessi diventano indispensabili per garantire l’apertura degli impianti.
Un equilibrio fragile
La neve artificiale permette di salvare stagioni turistiche sempre più corte. Ma introduce nuovi costi.
Energia.
Acqua.
Manutenzione degli impianti.
Le montagne, territori delicati per definizione, diventano così scenari di interventi tecnici sempre più invasivi. Le terre alte si trasformano lentamente in macchine turistiche che devono funzionare anche quando la natura non collabora.
Il paesaggio degli impianti abbandonati
Il dossier racconta un dato che impressiona: tra Alpi e Appennini nel 2026 risultano 273 impianti sciistici dismessi. Un numero che cresce anno dopo anno.
Seggiovie ferme e stazioni fantasma
Accanto agli impianti abbandonati compaiono anche altre tracce di un modello in crisi.
Il report censisce 247 edifici sospesi, strutture che un tempo servivano il turismo montano e che oggi restano vuote o sottoutilizzate.
Parliamo di:
- alberghi
- residence
- strutture turistiche
- complessi militari o produttivi dismessi
Il risultato assomiglia a un’archeologia del turismo. Una serie di infrastrutture nate per sostenere l’economia della neve e rimaste senza funzione.
Impianti in bilico
Il panorama diventa ancora più complesso osservando le strutture ancora attive.
Secondo il dossier:
- 106 impianti risultano chiusi temporaneamente
- 98 funzionano in modalità alternata, con periodi di apertura e stop
- 231 sopravvivono grazie ai fondi pubblici
Questi ultimi vengono definiti casi di “accanimento terapeutico”. Un’espressione dura ma efficace: impianti che continuano a esistere grazie a sostegni economici, anche quando la sostenibilità del sistema appare sempre più debole.
Il fenomeno non riguarda solo aree marginali. Le regioni con il maggior numero di casi sono:
- Lombardia
- Abruzzo
- Emilia-Romagna
Territori dove il turismo invernale ha rappresentato per decenni una parte fondamentale dell’economia locale.
Neve artificiale e nuovi “luna park” della montagna
Per mantenere vivo il richiamo turistico, molti comprensori affiancano allo sci nuove attrazioni. Il dossier individua una categoria emergente: i luna park della montagna. Tra queste attività compaiono:
- piste di tubing
- bob estivo
- attrazioni ludiche integrate nei comprensori sciistici
Ventotto strutture di questo tipo vengono censite per la prima volta nel report. La maggior concentrazione si registra in Lombardia e Toscana. Queste attività cercano di compensare la riduzione delle giornate sciabili e di mantenere attrattive le località montane anche quando la neve scarseggia.
Intrattenimento o trasformazione del paesaggio?
Il punto critico riguarda l’impatto ambientale. Strutture ludiche e infrastrutture turistiche introducono nuovi elementi artificiali in territori già sotto pressione. Le montagne rischiano di trasformarsi in spazi sempre più simili a parchi divertimento stagionali.
Stagioni sciistiche più corte
Il clima rappresenta il fattore decisivo. Negli ultimi cinquant’anni la stagione sciistica si è accorciata tra 22 e 34 giorni. Un dato che racconta una trasformazione lenta ma costante.
Le temperature più alte riducono la durata del manto nevoso e rendono più difficile programmare l’apertura degli impianti. Località che un tempo contavano su mesi di attività devono oggi confrontarsi con finestre molto più brevi.
Meno sciatori
La crisi non riguarda soltanto la neve.
L’Osservatorio Italiano del Turismo Montano stima per la stagione 2025-2026:
- –14,5% di sciatori giornalieri
- –3,9% di turisti italiani in soggiorno su Alpi e Appennini
Il turismo della neve resta comunque un settore economico rilevante. Il volume complessivo supera i 12 miliardi di euro, con circa 6 miliardi legati all’ospitalità. Numeri importanti. Ma la traiettoria appare meno stabile rispetto al passato.
Il futuro degli eventi sulla neve
Il cambiamento climatico potrebbe influenzare anche i grandi eventi internazionali.
Gli studi citati nel dossier indicano che il 44% delle sedi olimpiche perderà affidabilità climatica nei prossimi decenni.
Il dato più severo riguarda le Paralimpiadi invernali. Queste competizioni si svolgono generalmente a marzo, quando le temperature diventano più alte. In quel periodo il 76% delle sedi potrebbe non essere più idoneo, lasciando utilizzabili solo 22 su 93 località. Una prospettiva che obbliga organizzatori e territori a ripensare il rapporto tra sport e ambiente.
La proposta: un turismo diverso per la montagna
Di fronte a questo scenario, Legambiente propone un cambio di direzione. L’associazione suggerisce di destinare risorse pubbliche non soltanto al sostegno degli impianti sciistici, ma anche alla riconversione delle infrastrutture dismesse e alla destagionalizzazione del turismo.
Il documento chiamato Manifesto della Carovana dell’accoglienza raccoglie idee e pratiche sviluppate da realtà montane che cercano modelli più equilibrati.
Tra i principi indicati emergono alcune visioni precise:
- la montagna come territorio fragile da rispettare
- il valore dell’incontro tra residenti e visitatori
- la lentezza come qualità del viaggio
- il diritto delle comunità montane a costruire un futuro sostenibile
Le montagne non vengono descritte come semplice scenario turistico, ma come spazi di vita e cultura.
Secondo Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, servono politiche capaci di ridurre la vulnerabilità dei territori montani e garantire condizioni di vita sostenibili nel lungo periodo. Vanda Bonardo, responsabile Alpi dell’associazione, sottolinea un altro punto chiave: infrastrutture abbandonate e neve artificiale mostrano i limiti di un’illusione collettiva. Le conseguenze ricadono sull’ambiente, sulle comunità e sulle generazioni future.
La montagna dopo il mito dello sci
Il turismo della neve ha costruito per decenni l’immaginario delle montagne italiane. Funivie, piste e grandi comprensori hanno trasformato intere vallate.
Oggi quella narrazione scricchiola. Non perché lo sci scompaia. Non perché la montagna perda fascino. La questione riguarda il modello economico.
Continuare a investire quasi esclusivamente nella neve significa ignorare il cambiamento del clima, dei comportamenti turistici e delle esigenze dei territori.
Le montagne raccontano già un’altra storia. Sentieri, cultura locale, paesaggi, agricoltura di quota, turismo lento. Elementi che non dipendono da cannoni sparaneve o temperature sotto zero.
Il vero interrogativo non riguarda la fine del turismo montano.
Riguarda la capacità di immaginare una montagna diversa prima che le seggiovie arrugginite diventino il simbolo definitivo di un’epoca.





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