Il dovere di ricordare Giancarlo Siani

Giancarlo Siani giornalismo

Ogni anno, quando torna la data del 23 settembre, Napoli si ferma un istante. È il giorno in cui la voce di Giancarlo Siani fu zittita a colpi di pistola. Non era un eroe in posa, non aveva protezioni, non firmava inchieste per le prime pagine nazionali. Era un ragazzo di ventisei anni che credeva nella forza della scrittura e che pagò quel coraggio con la vita.

Siani non raccontava il crimine da lontano. Lo osservava da vicino, tra i vicoli di Torre Annunziata, negli uffici comunali e nelle piazze dominate dai clan. Non cercava gloria, ma chiarezza. Il suo lavoro non consisteva nel confezionare storie patinate: puntava a mostrare i legami scomodi tra boss e politica, gli accordi nascosti che tenevano in ostaggio un territorio.

La sua condanna arrivò con un articolo preciso, asciutto, scritto come si deve: un pezzo che svelava il gioco sporco dietro l’arresto di un boss. Bastò quello a segnare il suo destino. Tre mesi dopo, una Citroën Mehari verde divenne l’ultima scena della sua vita.

Ricordarlo oggi non significa solo celebrare un anniversario. Vuol dire chiedersi che cosa resta del mestiere di cronista in un’epoca in cui la velocità brucia l’approfondimento, e in cui la paura di scontentare qualcuno spesso pesa più della necessità di raccontare i fatti. Il giornalismo senza coraggio è un guscio vuoto: Siani ci ha mostrato che serve sporcarsi le mani, ascoltare le voci scomode, disturbare i potenti.

Chi oggi sceglie di fare questo lavoro dovrebbe avere davanti agli occhi quell’esempio: un ragazzo che, pur sapendo i rischi, non si piegò al silenzio. E dovremmo averlo davanti anche noi, lettori, ogni volta che pretendiamo notizie “facili” o ci accontentiamo delle versioni di comodo.

Ricordarlo significa riconoscere che senza giornalisti disposti a rischiare, non esiste democrazia.

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