L’America che governa col grilletto facile

violenza di Stato negli Stati Uniti

Non c’è stato un errore.
Nessun gesto frainteso.
Nessuna reazione istintiva da manuale di addestramento.
Il colpo che ha ucciso Renee Nicole Good, trentasette anni, madre di un bambino di sei anni, non è un incidente. È una scelta. Una decisione presa in pochi secondi, ma dentro una cornice molto più ampia. L’agente dell’ICE si avvicina all’auto. La donna prova a muoversi. Non punta un’arma, non investe nessuno. Cerca spazio. Lui spara. Al volto. Poi si allontana. Fine.
Quella scena non racconta solo una morte. Racconta un Paese.
L’ICE — formalmente Immigration and Customs Enforcement — non è più soltanto un’agenzia federale. È diventata una forza politica armata. Un’estensione diretta della volontà presidenziale di Donald Trump. Un corpo che agisce dentro un mandato implicito: mostrare forza, intimidire, punire. Anche quando non serve. Soprattutto quando non serve.
Chi cerca l’eccezione sbaglia bersaglio.
Quel colpo non è una deviazione. È la traiettoria.

L’ordine che nasce dalla paura
L’America trumpiana non promette sicurezza. Pretende obbedienza.
È una differenza sottile, ma decisiva.
Il linguaggio politico si è spostato. Non si parla più di diritti, ma di confini. Non di giustizia, ma di controllo. Non di responsabilità, ma di nemici. Interni ed esterni. L’immigrato, il dissidente, il giudice, il giornalista, l’alleato tiepido.
Dentro questo schema, la violenza smette di essere un tabù. Diventa uno strumento narrativo. Serve a dimostrare che il potere non esita. Che non chiede permesso. Che non teme conseguenze.
La morte di Renee Nicole Good si inserisce qui. Non come tragico epilogo, ma come messaggio. Un avvertimento silenzioso, rivolto a tutti: lo Stato può colpirti. E non deve spiegarsi.

Dalla polizia al mondo
Questa logica non resta entro i confini nazionali. Si esporta.
Il caso del Venezuela è emblematico. Nicolás Maduro è un autocrate, un leader che ha svuotato le istituzioni e represso l’opposizione. Nessun dubbio. Ma il modo in cui Washington ha scelto di affrontarlo segna una frattura profonda.
Non c’è stato un tentativo di costruire una cornice multilaterale. Nessun passaggio serio dentro le regole del diritto internazionale. Solo l’uso diretto della forza, rivendicato come legittimo in sé. Un gesto esibito, quasi teatrale. Per dire: possiamo farlo.
Il diritto internazionale, con tutti i suoi limiti, nasce per frenare l’arbitrio dei più forti. Per trasformare la potenza in responsabilità. Qui accade il contrario. Si rovescia il principio. La forza diventa la fonte del diritto.
Non è una scorciatoia. È un precedente.

La Groenlandia come metafora
Poi c’è la Groenlandia. Raccontata come una trattativa. Un acquisto. Un affare.
Peccato che quando una “trattativa” avviene sotto minaccia, non si chiama negoziato. Si chiama estorsione. Il contesto conta. La sproporzione conta. La pistola appoggiata sul tavolo conta.
La Groenlandia non è un terreno vuoto. È parte della Danimarca, quindi dell’Unione Europea e della NATO. Mettere in discussione la sua sovranità significa normalizzare l’idea che gli alleati siano opzionali. Che i trattati valgano finché convengono. Che la fedeltà si misuri in utilità.
È geopolitica ridotta a bullismo.
Muscoli al posto delle regole.
Paura al posto della fiducia.

Una democrazia che recita sé stessa
L’aspetto più inquietante non è l’abbandono formale della democrazia. Quello non c’è. Le elezioni restano. Le bandiere sventolano. La Costituzione viene citata.
Il problema è più sottile. Più moderno.
È una democrazia che conserva i riti e svuota il senso. Che mantiene le istituzioni, ma le piega. Che usa la legge come clava. Che trasforma la sicurezza in pretesto permanente.
Una democratura. La facciata della libertà, con il manganello dietro la schiena.
Dentro questo sistema, l’omicidio di una donna disarmata da parte di un agente federale non è un incidente da archiviare. È una spia. Una crepa che lascia intravedere il meccanismo interno.

Nulla torna indietro da solo
C’è un errore che molti osservatori continuano a fare. Pensare che tutto questo sia reversibile per inerzia. Che basti aspettare. Che la storia aggiusti da sé.
Non funziona così.
Quando la violenza viene normalizzata, non rientra spontaneamente. Quando il diritto viene piegato, non si riallinea per magia. Quando la paura diventa metodo di governo, resta. Sedimenta. Contamina.
L’America trumpiana ha mostrato il suo volto più feroce. Non in un discorso. Non in un tweet. Ma in un colpo di pistola sparato a una donna che cercava di andare via.
Da lì in poi, nulla è più come prima.

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