La sconfitta delle donne scritta da una donna

Luciana Littizzetto ha fatto quello che ogni cittadino avrebbe dovuto fare: chiedere conto a Giulia Bongiorno. Non con educazione pelosa. Con rabbia. Perché quando una delle avvocate più influenti d'Italia contribuisce a smontare una legge sul consenso che avrebbe allineato il nostro Paese all'Europa, la rabbia è l'unica reazione sensata.
Bongiorno ha trasformato una norma che diceva "sì significa sì" in una che dice "no significa no". Sembra una sfumatura lessicale. È una rivoluzione al contrario. Quella parolina – consenso contro dissenso – sposta l'onere della prova. Prima toccava all'uomo dimostrare che la donna aveva detto sì. Ora tocca alla donna dimostrare che ha detto no. E dimostrarlo "chiaramente", dentro un "contesto" che verrà interpretato da qualcun altro. Non da chi lo ha vissuto sulla propria pelle.
Il cortocircuito è questo: mentre Federica Torzullo veniva uccisa a coltellate davanti ai figli, mentre le statistiche sui femminicidi restano una macelleria quotidiana, la classe politica italiana – guidata da due donne, Meloni e Schlein – non riesce a produrre una legge decente contro la violenza di genere. E a rendere zoppa una proposta che funzionava ci pensa un'altra donna, imperatrice galattica del foro, principessa delle aule giudiziarie.
Gli equilibri di partito sopra i corpi delle donne
Bongiorno si è difesa. Certo, chi meglio di lei sa come fare. Ma le difese tecniche non cancellano il dato politico: quella legge è stata riscritta per mantenere gli equilibri interni alla maggioranza. Non per proteggere le donne. Littizzetto l'ha detto senza giri di parole: l'obiettivo non è la tutela di noi donne, ma l'equilibrio di voi partiti.
Salvini si occupa di tutto tranne che di trasporti. Bongiorno si occupa di tutto tranne che di dare alle donne una legge chiara. Nel frattempo, ventidue Paesi europei hanno norme sul consenso esplicito. Spagna, Francia, Svezia. Paesi che non sembrano soffrire di eccessi di giacobinismo femminista. Hanno semplicemente detto: senza consenso è reato. Fine.
L'Italia no. L'Italia si impelagha, negozia, diluisce. Perché scrivere leggi decenti da soli è faticoso. Littizzetto suggerisce: copiamo quelle degli altri. Compriamo i diritti, paghiamo la SIAE legislativa, mettiamo una targhetta "Legge originale spagnola, adattamento italiano autorizzato".
È una provocazione, certo. Ma non è assurda quanto il fatto che nel 2025 le donne italiane abbiano meno tutele di quelle francesi o spagnole perché a palazzo Madama qualcuno ha deciso che il consenso fosse un concetto troppo rigido.
Lo stupro "semplice" non esiste
Le pene scendono. Da dodici-sedici anni a quattro-dieci per la violenza sessuale "semplice". Quella senza lividi, senza minacce visibili, senza abuso evidente di autorità. Come se esistesse uno stupro light, una versione soft della violenza. Un'aggressione sessuale in cui la vittima non si è difesa abbastanza, non ha urlato abbastanza, non ha lasciato tracce sufficienti.
Il messaggio è chiaro: se non combatti come un soldato, se non esci con cicatrici, allora forse non era così grave. Forse era un malinteso. Forse il contesto – quella parola elastica che serve sempre quando non si vuole essere chiari – giustifica una pena più mite.
Bongiorno dice che la legge va letta nel suo complesso, che ci sono aggravanti, che le tutele restano. Ma le parole contano. E una legge che abbassa le pene per lo stupro senza violenza fisica è una legge che dice: il corpo di una donna vale meno se non ci sono segni visibili.
Il tradimento della sorellanza
C'è qualcosa di particolarmente amaro nel vedere una donna smontare una legge che avrebbe protetto altre donne. Non perché le donne debbano per forza difendere le donne – il genere non è una garanzia di solidarietà. Ma perché Bongiorno sa. Sa cosa significa entrare in un'aula di tribunale e vedere lo sguardo scettico di un giudice. Sa quanto pesa la parola di una donna contro quella di un uomo. Sa che il diritto, per quanto neutro sulla carta, viene interpretato da persone con pregiudizi.
Eppure ha scelto. Ha scelto di stare dalla parte di chi vuole diluire, ammorbidire, rendere la legge più "equilibrata". Equilibrio tra cosa e cosa? Tra il diritto delle donne a non essere violate e il diritto degli uomini a non essere condannati troppo duramente?
Littizzetto chiude la sua lettera con un'immagine devastante: in un Paese in cui due schieramenti politici sono guidati da donne, in cui a riformulare il testo di una legge c'è un'altra donna, non riusciamo comunque a proteggere le donne dalla violenza. È veramente avvilente.
La politica dei processi, non delle soluzioni
L'Italia è un Paese povero di cultura scientifica. Nessuno si interessa di verificare se le soluzioni proposte funzionano. Nessuno va a vedere cosa è successo in Spagna dopo l'introduzione della legge sul consenso. Nessuno controlla se i processi sono aumentati, se le condanne sono state più giuste, se le donne si sono sentite più tutelate.
La politica italiana preferisce discutere di narrazioni. Di come raccontare i femminicidi. Di quali parole usare. Di quanto rispetto mostrare alle vittime senza urtare i sensibili sentimenti di chi legge. Come se i femminicidi fossero un problema di comunicazione e non di cultura, di leggi, di pene certe.
Bongiorno ha fatto una scelta politica. Ha scelto di sacrificare una buona legge sull'altare degli equilibri di coalizione. Ha scelto di rendere più difficile condannare uno stupratore pur di non scontentare qualcuno dentro la maggioranza. Ha scelto di dire alle donne italiane: voi dovrete dimostrare di aver detto no. E dovrete dimostrarlo bene.
Littizzetto l'ha chiamata per quello che è: una sconfitta. Una sconfitta delle donne, scritta da una donna, applaudita da uomini che non vedevano l'ora di abbassare le pene e alzare l'asticella della prova.
Nel frattempo, in Spagna, in Francia, in Svezia, le donne dormono un po' più tranquille. Perché le loro leggi dicono: senza consenso è reato. Senza se, senza ma, senza contesto da interpretare.
In Italia no. In Italia ci impelaghiamo. E mentre ci impelaghiamo, qualcun'altra muore.



