Enzo Tortora e la giustizia che non chiede scusa: quarant'anni dopo, siamo ancora lì

Era il 17 giugno 1983. I carabinieri bussarono alla porta di un hotel romano poco prima delle cinque del mattino. Enzo Tortora, uno dei conduttori televisivi più amati d'Italia, aprì intontito. Gli dissero solo: «Deve seguirci».
Quello che seguì non fu solo la rovina di un uomo. Fu uno specchio. Un ritratto fedele, spietato, di un sistema giudiziario capace di distruggerti sulla base della parola di un camorrista soprannominato 'O pazzo — uno che aveva ucciso due persone in un ufficio comunale perché ci mettevano troppo a rilasciare un certificato.
Marco Bellocchio ha scelto di raccontare questa storia in Portobello, miniserie in sei episodi su HBO Max, con Fabrizio Gifuni nel ruolo del conduttore. Non è nostalgia. È una domanda scomoda: cosa è cambiato, da allora?
Tortora, al momento dell'arresto, era uno dei personaggi più riconoscibili d'Italia. Il suo programma Portobello — andato in onda dal 1977 sul venerdì sera della Rete 2 Rai — teneva incollati davanti allo schermo tra i 19 e i 27 milioni di telespettatori a sera. Un fenomeno che oggi, nell'era dello streaming frammentato, è quasi impossibile da immaginare.
La mattina del 17 giugno, il quotidiano Il Mattino di Napoli uscì in edicola con il titolo: Blitz anticamorra. C'è anche Tortora. Il giornale sapeva già tutto prima dell'arresto. Poi lo fecero uscire in manette, in strada, tra le telecamere. Sembrava una scena studiata. Probabilmente lo era.
In quella grande retata anticamorra furono arrestate 856 persone in 33 province. Di queste, 144 risultarono semplici omonimi di presunti camorristi. Tortora era nel mezzo. Accusato da 19 pentiti della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Il primo, Giovanni Pandico detto 'O pazzo, lo aveva messo al sessantesimo posto di un elenco di presunti colleghi camorristi — dopo avergli scritto per anni lettere di protesta per dei centrini all'uncinetto finiti nei magazzini Rai.
Non una perizia scientifica, non un riscontro oggettivo. Solo parole di chi aveva tutto l'interesse a collaborare e nulla da perdere nel mentire. La stampa li definì i pubblici ministeri i «Maradona del diritto». Piero Angela, amico di Tortora, disse: «Guardate che Enzo va a letto alle dieci di sera, non esce mai». Rimase una voce isolata.
La condanna, l'assoluzione e il vuoto dopo
Il 17 settembre 1985, dopo mesi di processo, la giuria lesse il verdetto: dieci anni di carcere. Per traffico di stupefacenti e associazione mafiosa.
Poi successe qualcosa di grottesco. I pentiti cominciarono a ritrattare, uno dopo l'altro. «Ci siamo inventati tutto», dissero. Pandico era ossessionato da Tortora, raccontò il compagno di cella — «in cella non ne potevamo più». Gianni Melluso, detto Gianni Il bello, che aveva giurato di aver visto Tortora spacciare droga di notte in piazzale Loreto a Milano con una sciarpa in viso, non sapeva nemmeno come si raggiunge piazzale Loreto. Non c'era mai stato.
Il 15 settembre 1986 Tortora fu assolto da tutte le accuse. Il 20 febbraio 1987 tornò in televisione. Quella sera aprì il programma con sei parole: «Dunque, dove eravamo rimasti?».
I due pubblici ministeri che avevano condotto l'inchiesta non subirono nessuna conseguenza disciplinare. Continuarono la loro carriera.
Enzo Tortora morì il 18 maggio 1988, di tumore ai polmoni. Volle essere cremato con i suoi occhiali e una copia della Colonna infame di Manzoni, con la prefazione dell'amico Leonardo Sciascia. Non è difficile capire il messaggio.
Bellocchio e la domanda che brucia
Portobello arriva in un momento preciso. Non è una scelta casuale. Il Guardian l'ha definita «potente, seria, divertente in modo provocatorio e cinica al punto di far male». Bellocchio — che in decenni di cinema ha esplorato le stanze più buie della storia italiana, da Aldo Moro a Mussolini — ha trovato nella vicenda di Tortora la perfetta sintesi di un Paese che produce tragedie giudiziarie e poi le archivia senza imparare nulla.
La serie è ambientata negli anni Ottanta, ma parla di oggi. Parla di un sistema in cui la reputazione di un innocente si distrugge in diretta, mentre la riabilitazione avviene sottovoce, se avviene. Parla di pentiti usati come armi, di magistrati non responsabili degli errori, di una stampa che amplifica senza verificare.
Quante volte, negli ultimi trent'anni, abbiamo visto variazioni dello stesso schema? I nomi cambiano, i meccanismi no.
C'è un dato che vale la pena fissare: in Italia, la responsabilità civile dei magistrati per errori gravi è stata riformata nel 2015 con la legge Vassalli-Pinto. Ma le condanne restano rarissime e le carriere dei magistrati coinvolti in errori giudiziari clamorosi continuano, nella stragrande maggioranza dei casi, senza deviazioni significative.
Tortora nel 1984 si candidò al Parlamento europeo con i Radicali di Marco Pannella. Vinse con 485.000 voti. Era il simbolo di una battaglia per una giustizia diversa. La battaglia è rimasta in gran parte incompiuta.
Quando nel 2019 Gianni Melluso uscì dal carcere e chiese perdono a Gaia Tortora, la figlia di Enzo, dicendo «mi inginocchio e chiedo scusa», lei rispose: «Resti pure in piedi». Non c'era niente da accettare. Il gesto era vuoto, tardivo, inutile. Come spesso succede con le scuse che arrivano dopo che il danno è già diventato storia.
Sarebbe comodo liquidare la vicenda di Tortora come un'anomalia, un incidente del passato. Un'Italia pre-digitale, pre-garantista, ancora segnata dal clima dell'emergenza mafiosa. Ma sarebbe disonesto.
Le dinamiche che portarono alla sua condanna — pentiti usati senza riscontri, mediaticità dell'arresto, silenzio sulla riabilitazione, carriere dei responsabili intatte — non sono sparite. Si sono raffinate.
Portobello non è solo una serie sulla malagiustizia italiana degli anni Ottanta. È un'interrogazione sul rapporto tra potere, informazione e verità. E su quanto siamo disposti a pagare — come individui, come società — quando quegli ingranaggi si inceppano sulla vita di qualcuno.
«Dunque, dove eravamo rimasti?» disse Tortora tornando in tv. La domanda, quarant'anni dopo, riguarda noi.




