La fiaccolata del 6 aprile. La memoria negata (o usata male)

fiaccolata 6 aprile

Ci sono date che non hanno bisogno di spiegazioni.
Il 6 aprile, a L’Aquila, è una di quelle.

Eppure ogni anno, puntuale, qualcosa si incrina. Questa volta è bastata una decisione — non organizzare la fiaccolata — per accendere una polemica che, a guardarla bene, non riguarda davvero una passeggiata notturna con le candele. Riguarda molto di più. Riguarda il modo in cui una comunità decide di ricordare, e soprattutto chi ha il diritto di decidere.

La fiaccolata, negli anni, è diventata una specie di linguaggio condiviso. Non perfetto, non sacro in senso assoluto, ma riconoscibile. Un gesto semplice: camminare insieme, in silenzio, senza bisogno di spiegare troppo.

Proprio per questo la sua assenza pesa più di quanto sembri.

Perché i riti funzionano così: non li noti finché ci sono, ma quando spariscono lasciano uno spazio vuoto che si sente subito. E quel vuoto, soprattutto in una città che porta ancora addosso le crepe di un trauma, non resta mai neutro. Viene riempito in fretta, spesso con rabbia, sospetti, interpretazioni che si accavallano.

È quello che sta succedendo. E non è sorprendente.

Il punto vero è che non stiamo discutendo della fiaccolata in sé. Stiamo discutendo di chi gestisce la memoria.

È una differenza sottile, ma decisiva.

Quando un evento diventa memoria collettiva, smette di appartenere a qualcuno in particolare. Non è più solo dei familiari delle vittime, né delle istituzioni, né delle associazioni. Diventa di tutti. E proprio per questo tutti sentono di avere voce in capitolo.

Il problema è che queste voci non coincidono mai.

C’è chi vede nella fiaccolata un momento imprescindibile, chi la considera ormai un gesto svuotato, chi pensa che serva rinnovare il modo di ricordare. Sono posizioni legittime, ma difficili da tenere insieme. Così la discussione scivola, quasi inevitabilmente, dal “come ricordare” al “chi decide come ricordare”.

E da lì alla polemica il passo è brevissimo.

In questo passaggio si inserisce un elemento che in Italia arriva sempre, anche quando nessuno lo invita: la politica.

Non quella alta, delle decisioni strategiche, ma quella quotidiana, fatta di schieramenti, reazioni immediate, posizioni rigide. Quando entra in gioco, cambia il tono della discussione. La semplifica, la irrigidisce, la divide.

E così anche un gesto nato come civile — una camminata silenziosa — finisce per essere letto come un segnale, una presa di posizione, quasi un atto politico.

Non perché lo sia davvero, ma perché il dibattito pubblico oggi funziona così: tutto deve stare da una parte o dall’altra.

Il problema è che il dolore non funziona così.

Contenuti

Le parole di Federico Vittorini

Dentro questo clima, la posizione espressa nella bacheca di Federico Vittorini prova a riportare la discussione su un piano più concreto, meno emotivo e più scomodo.

Il punto che emerge è chiaro: il rischio che ogni rito, se ripetuto senza interrogarsi, diventi una routine svuotata esiste. Succede spesso, non solo a L’Aquila. Le commemorazioni rischiano di trasformarsi in automatismi, gesti che si fanno perché “si è sempre fatto così”.

Ma fermarsi a questa constatazione è solo metà del lavoro.

Perché interrompere un rito non lo rafforza automaticamente. Anzi, lo espone. Lo mette in discussione senza offrire, almeno nell’immediato, un’alternativa altrettanto forte.

E qui si apre un problema concreto.

La memoria non si rigenera da sola. Ha bisogno di continuità, di forme riconoscibili, anche se imperfette. Se togli un momento simbolico senza costruire qualcosa che lo sostituisca, non stai innovando: stai lasciando un vuoto.

E quel vuoto, come sempre, viene riempito da polemiche.

Del resto, come osserva Stefano Feltri in un altro contesto, il dibattito pubblico italiano tende spesso a concentrarsi su come raccontiamo le cose più che su cosa facciamo davvero . È una dinamica che qui appare evidente.

Una memoria ancora instabile

A diciassette anni dal terremoto, L’Aquila è una città che ha fatto molta strada, ma che non ha ancora trovato un equilibrio stabile tra memoria e quotidianità.

È comprensibile. Non esiste un manuale per questo.

La memoria di un trauma non si archivia. Resta. Cambia forma, si trasforma, ma continua a stare lì, nei dettagli, nei luoghi, nelle abitudini che non sono più le stesse.

Per questo ogni tentativo di “gestirla” rischia di sembrare artificiale. E allo stesso tempo non si può lasciare tutto alla spontaneità, perché una memoria collettiva ha bisogno anche di momenti condivisi, riconoscibili.

È una tensione difficile da risolvere.

La fiaccolata, nel tempo, aveva trovato una posizione intermedia. Non era perfetta, ma funzionava. Era un punto di incontro tra il bisogno individuale di ricordare e la necessità collettiva di farlo insieme.

Toglierla, anche solo per un anno, significa spostare quell’equilibrio.

C’è poi un tratto che questa vicenda mette in luce con una certa chiarezza.

In Italia si discute moltissimo del modo in cui si raccontano le cose, molto meno di come si costruiscono.

Si litiga sul linguaggio, sui simboli, sui gesti. Poi però si fa fatica a proporre alternative concrete. È come se il confronto si fermasse sempre un passo prima della soluzione.

La polemica sulla fiaccolata segue lo stesso schema. Ci si divide tra chi difende la tradizione e chi invoca il cambiamento, ma resta poco spazio per una domanda più utile: se non questo, cosa?

Forse l’errore sta proprio qui: trattare la memoria come un format. Un appuntamento fisso, replicato ogni anno nello stesso modo, alla stessa ora, con lo stesso copione. Funziona finché regge, poi inevitabilmente si incrina.

A quel punto le strade sono due: rinnovare o interrompere. Interrompere è la scelta più semplice, perché richiede meno lavoro e meno confronto. Rinnovare è più complicato: implica ascolto, tempo, capacità di tenere insieme sensibilità diverse. E soprattutto richiede una cosa che spesso manca: la volontà di costruire qualcosa che non sia immediatamente divisivo.

La polemica passerà, come passano tutte. Tra qualche giorno resteranno le posizioni, forse qualche strascico, ma l’attenzione si sposterà altrove.

Quello che rischia di restare, invece, è un’altra cosa: l’idea che ogni scelta sulla memoria sia inevitabilmente uno scontro.

Se questa logica prende piede, la memoria stessa si consuma. Non perché venga dimenticata, ma perché perde consistenza, si riduce a terreno di confronto continuo.

E quando succede, resta solo la forma. O peggio, resta solo il conflitto.

Il 6 aprile non ha bisogno di essere difeso a colpi di polemiche. Ha bisogno di essere custodito, anche nelle sue imperfezioni.

La domanda, alla fine, non è se fare o no una fiaccolata. La domanda è se siamo ancora capaci di riconoscerci in un gesto comune, senza trasformarlo subito in un motivo per dividerci.

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