Trump, l'attentato come palcoscenico
Panorama

Trump, l’attentato come palcoscenico

Maria Cattini

Tre volte qualcuno ha cercato di uccidere Donald Trump. Tre volte Trump ne è uscito più forte, più visibile, più indispensabile. A un certo punto, viene da chiedersi: più forte di chi, esattamente?

L’ultimo episodio ha seguito uno schema ormai collaudato. Spari, panico, scorta in movimento. Poi la macchina della comunicazione si mette in moto con una velocità che farebbe invidia a qualsiasi ufficio stampa professionale: la foto, il comunicato, l’apparizione pubblica a dimostrare che è vivo e che non ha paura. Nei giorni successivi, il ciclo mediatico si chiude interamente intorno a Trump — alla sua sopravvivenza, alla sua resilienza, alla narrazione di un uomo che il destino non riesce ad abbattere.

Nel frattempo, tutto il resto sparisce.

Non c’è nessuna teoria del complotto da evocare per osservare una cosa semplice: Trump è il politico vivente che meglio sa trasformare la crisi in capitale. Lo fa con i processi penali, con le condanne, con le espulsioni di massa e con le guerre commerciali. Lo fa, inevitabilmente, anche con gli attentati. Non perché li organizzi — l’ipotesi è ridicola — ma perché ha costruito un ecosistema narrativo in cui qualsiasi evento avverso si converte automaticamente in conferma della sua grandezza.

L’attentato di Butler, in Pennsylvania, nel luglio del 2024, è il caso di scuola. Un cecchino sul tetto, un proiettile che sfiora l’orecchio, la foto di Trump con il pugno alzato e il sangue sulla guancia: un’immagine che ha girato il mondo più di qualsiasi spot elettorale. Quella fotografia ha valso miliardi di dollari in comunicazione gratuita, ha rilanciato una campagna che mostrava qualche segno di stanchezza, ha ridefinito il profilo del candidato non più come uomo di potere ma come martire sopravvissuto.

Il secondo tentativo, in Florida, ha prodotto meno drammaticità visiva ma ha avuto lo stesso effetto: giorni di copertura mediatica totale, il ritorno al centro del dibattito pubblico, la marginalizzazione di qualsiasi altra notizia.

Adesso arriva il terzo episodio. E la domanda non è chi ha sparato, né perché. La domanda è: chi ha guadagnato?

Trump ha sempre avuto un rapporto parassitario con il conflitto. Non nel senso che lo cerca — anche se spesso lo provoca — ma nel senso che ne vive. La sua carriera politica è costruita su una serie di crisi che avrebbe dovuto distruggerlo e che invece lo hanno rafforzato: i processi, le sconfitte elettorali contestate, le indagini federali, i dissidi interni al partito. Ogni volta che sembrava finito, tornava. Non perché avesse ragione, ma perché il sistema mediatico americano — e non solo — non riesce a smettere di guardarlo.

Gli attentati si inseriscono in questa logica con una coerenza quasi geometrica. Producono simultaneamente tre effetti che Trump non potrebbe comprare neanche con i fondi della sua campagna.

Il primo è la desensibilizzazione al pericolo. Ogni volta che sopravvive, la percezione pubblica si sposta: l’uomo è indistruttibile, o almeno così sembra. E l’indistruttibilità, nella mitologia populista, è un attributo del capo, non dell’istituzione.

Il secondo è la delegittimazione dell’opposizione. Non importa che nessun leader democratico abbia mai incoraggiato la violenza: in ogni attentato Trump trova — e cerca attivamente — la conferma che i suoi nemici lo vogliono morto. È una semplificazione brutale, ma funziona. Crea un noi e un loro che trascende qualsiasi discussione di merito.

Il terzo, forse il più sottile, è lo spostamento dell’agenda. Nei giorni successivi a ogni tentativo di omicidio, le discussioni sui dazi, sulla deriva istituzionale, sulle politiche migratorie, sul rapporto con la Russia spariscono dall’orizzonte pubblico. Rimane solo Trump, la sua sopravvivenza, il suo messaggio. Chiunque provi a parlare d’altro rischia di sembrare insensibile o, peggio, complice.

C’è una differenza importante tra dire che Trump strumentalizza gli attentati e dire che il sistema li strumentalizza per lui. La seconda lettura è più precisa e più inquietante. Non richiede alcuna intenzionalità da parte sua — basta che i meccanismi dell’informazione contemporanea facciano il loro corso naturale.

Il problema, in fondo, non è Trump. Il problema è che il giornalismo politico occidentale ha perso la capacità di gerarchizzare le notizie quando Trump è coinvolto. Tutto diventa urgente, tutto diventa breaking news, tutto esige commento immediato. In questo ambiente, un attentato non è solo un fatto criminale grave: diventa l’evento totale, quello che assorbe ogni attenzione disponibile per giorni.

Chi ne beneficia, strutturalmente, è sempre lo stesso.

Questo non significa che la violenza politica vada minimizzata. Gli attentati sono crimini gravi, e chiunque li compia va perseguito con il massimo rigore. Ma l’analisi politica ha il dovere di andare oltre la gestione emotiva dell’evento e chiedersi cosa succede dopo, chi ne esce rafforzato, quali conversazioni vengono interrotte.

Nel caso di Trump, la risposta è sempre la stessa: esce rafforzato lui, vengono interrotte le conversazioni che lo riguardano criticamente.

Tre attentati, tre resurrezioni mediatiche. A questo punto, la domanda più onesta non è sulla sicurezza del presidente, né sulla violenza politica americana — reale, diffusa, strutturale. La domanda è se l’informazione sia ancora in grado di raccontare Trump senza diventare, ogni volta, uno strumento del racconto che Trump fa di se stesso.

La risposta, per ora, è no.