Negli ultimi anni, la ricchezza dei miliardari è cresciuta più velocemente delle economie nazionali. Il prelievo fiscale, no. Il divario non è un incidente. È progettato.
Il libro di Gabriel Zucman, I miliardari non pagano l’imposta sul reddito, parte da un’osservazione semplice: il sistema fiscale non è più allineato con il modo in cui si genera la ricchezza. Un tempo il reddito era il centro. Oggi lo è il patrimonio.
Gli ultra-ricchi non dichiarano grandi redditi perché non ne hanno bisogno. Il loro patrimonio cresce attraverso rivalutazioni finanziarie che restano fuori dal perimetro fiscale. Questo crea una frattura: chi vive di lavoro paga subito, chi vive di capitale paga — se paga — molto dopo.
Zucman descrive questa dinamica come una forma di “evasione legale”. Non nel senso tecnico del termine, ma come effetto di regole che consentono di ridurre il carico fiscale senza violarle. Il risultato è una progressività che si svuota proprio al vertice.
Un dato ricorrente nella letteratura economica rafforza la tesi: negli Stati Uniti, alcune analisi mostrano che i miliardari hanno aliquote effettive inferiori a quelle di molti lavoratori1. Non è un’eccezione geografica, ma un trend che riguarda le economie avanzate.
La risposta proposta
Zucman propone una tassa minima globale sui patrimoni elevati. Il principio è semplice: stabilire un livello minimo di tassazione che valga ovunque, riducendo l’incentivo a spostare capitali.
L’idea si inserisce in un dibattito già aperto sulla tassazione internazionale, dove l’OCSE ha promosso una minimum tax per le multinazionali2. Il libro suggerisce di estendere lo stesso schema agli individui più ricchi.
Il punto non è tanto economico quanto politico. Il coordinamento globale richiede accordi tra Stati con interessi divergenti. Alcuni beneficiano direttamente della concorrenza fiscale.
C’è poi un aspetto operativo: valutare patrimoni complessi, spesso opachi, distribuiti su più livelli societari. Senza un’infrastruttura informativa molto più avanzata, il rischio è che la norma resti sulla carta.
Infine, il libro tende a sottovalutare la capacità di adattamento dei grandi patrimoni. La storia fiscale mostra che ogni nuova regola genera nuove strategie di ottimizzazione.
Zucman mette a nudo una contraddizione difficile da ignorare: la ricchezza cresce, il prelievo non segue. Il sistema regge, ma cambia direzione.
La domanda non è solo se la tassa globale sia applicabile. È un’altra: quanto può durare un modello in cui chi ha di più contribuisce, in proporzione, meno?

