Roberto Cingolani era uno dei fisici applicati più stimati d’Italia. Quando Mario Draghi lo chiamò al ministero della Transizione ecologica, la scelta era chiara: il migliore disponibile per quel ruolo, senza dover nulla a nessuno. Giorgia Meloni lo apprezzò, lo volle come consigliere, poi lo mise a capo di Leonardo. I governi cambiano, i problemi restano — e chi sa risolverli, anche. Poi però è arrivata la sostituzione silenziosa, senza spiegazioni pubbliche convincenti. E lì si è capito qualcosa di più profondo sulla logica con cui la destra italiana gestisce le cariche.
I casi degli ultimi mesi raccontano tutti la stessa storia da angolazioni diverse. Buttafuoco è un intellettuale autentico, espressione di una cultura italiana di destra spesso ignorata o derisa. Eppure la sua nomina alla presidenza della Biennale di Venezia non era quella di un manager culturale: era un segnale identitario, la conquista simbolica di una fortezza percepita come nemica. Diversa ancora la vicenda di Venezi, direttrice d’orchestra finita in mezzo al fuoco incrociato tra la sua discussa caratura professionale e la protezione politica ricevuta fino al concerto che le è costato la Fenice. Tre casi molto diversi, ma con un denominatore comune: la selezione non è avvenuta cercando il profilo migliore per quella funzione specifica.
Questo è il punto. Non si tratta di moralismo anti-governativo, né di nostalgia per i tecnocrati. Il problema è strutturale e riguarda come Fratelli d’Italia — il partito più grande, e quindi quello con la maggiore responsabilità nella formazione della classe dirigente — sta costruendo il proprio personale di governo.
In quasi quattro anni di esecutivo Meloni non si sono visti homines novi nel senso classico del termine: persone emerse dal nulla grazie a una competenza riconosciuta trasversalmente. Chi ha governato bene lo ha fatto portandosi dietro una storia precedente, spesso nata altrove. Guido Crosetto alla Difesa funziona, ma viene da una traiettoria democristiana e forzista, non dalle sezioni di destra. Gli altri — quelli con il profilo più organicamente meloniano — faticano a imporsi per capacità tecnica.
Il confronto con Berlusconi è scomodo ma necessario. Il Cavaliere aveva mille difetti, e la sua gestione del potere è stata spesso scandalosa. Ma quando doveva riempire le posizioni che contavano davvero — quelle europee, quelle internazionali — mandava Mario Monti, Emma Bonino, Mario Draghi. Nessuno di loro gli doveva niente di politico. Il criterio era uno solo: il migliore italiano disponibile per quel posto. Era pragmatismo puro, non virtù. Ma funzionava.
Quella logica non si vede nella destra di oggi. E il motivo, probabilmente, sta in un’equivoco culturale che si trascina da anni. Fratelli d’Italia ha costruito la propria identità anche attraverso la narrazione dell’egemonia culturale della sinistra: l’idea che le istituzioni, le università, i grandi enti pubblici siano stati colonizzati da un pensiero unico e che la destra abbia il dovere di riprendersi quegli spazi. C’è del vero in questa lettura. Ma il passo successivo — quello di interpretare ogni nomina come una battaglia per l’egemonia — porta a scegliere i candidati più per quello che rappresentano che per quello che sanno fare.
Il risultato è che gli addii diventano sempre più carichi di rancore, e le nomine sempre più difficili da difendere quando qualcosa va storto. Non perché la destra sia meno capace delle altre forze politiche — la storia italiana non giustificherebbe questa superiorità morale — ma perché in questo momento governare bene richiederebbe esattamente la cosa che la destra sembra fare più fatica a fare: separare la lealtà politica dalla competenza professionale.
Una società aperta non funziona con l’intellettuale organico. Funziona con persone che sanno fare il loro mestiere, indipendentemente da dove vengono. I partiti possono dare le priorità, fissare la rotta, scegliere i valori. Ma non possono pretendere che chi gestisce le istituzioni sia prima di tutto fedele a loro. Quando questa gerarchia si inverte, si paga — non subito, ma si paga.

