“Credo si sia equivocato sul ruolo del portavoce perché esso che non ha nulla a che fare con quello dell’addetto stampa, è infatti una figura di raccordo tra istituzioni e di comunicazione istituzionale, ritengo assolutamente necessaria.” Questa l’incredibile puntualizzazione fatta, oggi, ad AbruzzoWeb, dall’ex Assessore al Personale della Regione Abruzzo Giovanni D’Amico, travolto dalle polemiche per la sua assunzione nel ruolo di portavoce del Presidente del Consiglio regionale.

L’ex Assessore assicura inoltre gli abruzzesi che non hanno voluto rieleggerlo alle scorse elezioni: “è a dir poco demagogico mettere in dubbio la retribuzione da 45 mila euro e  andrebbe soppesata alla luce della professionalità e della competenza messa a disposizione.” “È una consulenza. Vale un C pubblico con le spese a mio carico”, rivendica inoltre D’Amico sul suo profilo Facebook (un profilo C percepisce 24.000 euro lorde l’anno, non 45.000 ndr). Professionalità e competenze veramente uniche quelle di Giovanni D’Amico: tanto che l’ex Sindaco, ex Assessore regionale al personale e ex vice Presidente del Consiglio, prova addirittura a reinventare la Legge 150, ossia la Legge che istituisce e definisce il ruolo dei portavoce nelle pubbliche amministrazioni. La stessa legge 150, per intenderci, invocata dall’Ufficio di Presidenza nella delibera della sua assunzione. Anche la stessa lettera di assunzione firmata dal Presidente Giuseppe Di Pangrazio cita sempre ed unicamente la Legge 150 del 2000.

Peccato però che D’Amico non abbia avuto ancora tempo di leggerla. Come non ha letto la delibera di Presidenza dove è scritto testualmente che la sua assunzione nel ruolo di portavoce deriva dall’accertamento: “dell’esigenza già registrata nelle passate legislature della necessità di una riorganizzazione dell’Ufficio Stampa”. Nessuna “Commissione” da velocizzare, come sostiene ora l’incauto D’Amico che- come afferma sempre su AbruzzoWeb- si dice invece impegnato soprattutto “ad effettuare una ricognizione tecnica su tutta l’attività legislativa, in particolare quella delle commissioni consiliari, con l’obiettivo di velocizzare e rendere migliore la qualità della produzione legislativa.”
A questo punto verrebbe da chiedersi a cosa siano serviti quasi sei anni di esperienza da vice Presidente del Consiglio regionale se, ancora oggi, D’Amico ha come “primo compito” quello di effettuare una ricognizione tecnica su tutta l’attività legislativa. Ma, siamo certi, la nostra curiosità rimarrebbe tale.

Mentre è molto più facile andare a verificare il testo della Legge 150 per capire se ha ragione “l’esperto” D’Amico nel sostenere che si sia equivocato sul “ruolo del portavoce”.  La Legge 150 sancisce che:

“Art. 7. – (Portavoce) 1. L’organo di vertice dell’amministrazione pubblica può essere coadiuvato da un portavoce, anche esterno all’amministrazione, con compiti di diretta collaborazione ai fini dei rapporti di carattere politico-istituzionale con gli organi di informazione. Il portavoce, incaricato dal medesimo organo, non può, per tutta la durata del relativo incarico, esercitare attività nei settori radiotelevisivo, del giornalismo, della stampa e delle relazioni pubbliche.

Nella successiva Direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 7 febbraio 2002, si sottolinea che, a differenza dell’ufficio stampa e dei suoi compiti istituzionali, il portavoce, presente nelle amministrazioni, sviluppa un’attività di relazione con gli organi di informazione, in stretto collegamento ed alle dipendenze del vertice ’’pro tempore’’ delle amministrazioni stesse.

Quindi “l’organo di vertice dell’amministrazione pubblica può essere coadiuvato” e non “deve” necessariamente, come sostiene il sempre parco D’Amico dall’alto delle sue competenze “di tecnico esperto”. Inoltre per il portavoce, al contrario dell’Addetto Stampa, la Legge 150 e le successive direttive non prevedono un percorso di formazione ad hoc, né altri requisiti particolari ma solo la fiducia da parte del datore di lavoro. Fiducia e ammirazione che i politici ripagano sempre utilizzando i soldi pubblici. Infatti, il punto che D’Amico e gli altri politici riciclati, con i loro supporters nascosti nelle segreterie, non vogliono proprio capire -e che invece irrita e molto il resto della cittadinanza,- rimane proprio questo: come mai tutti questi “geni” della pubblica amministrazione, questi grandi professionisti, queste esperienze uniche, non riescono mai a trovare un privato disposto ad arruolarli retribuendoli di tasca propria per i loro enormi servigi ma dobbiamo pagarli noi con i soldi delle nostre tasse?

Laquilablog.it, 11 marzo 2015

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