Ho sempre ritenuto che da una profonda ed attenta meditazione potessero scaturire le migliori soluzioni. Evidentemente, sono incorsa in un grave errore di valutazione e, perciò, sono costretta a rivedere le mie idee, soprattutto a quanto è avvenuto in ordine alla sbandierata “riforma” della sanità abruzzese.
Non è bastato il Commissario ministeriale per mettere in ordine i conti regionali. Anzi, la situazione si è decisamente aggravata, naturalmente, con l’aumento della quota a carico degli assistiti per le prestazioni sanitarie.
La Regione non ha mai risposte ai quesisti relativi all’effettivo peso che la Sanità esercita sul Bilancio regionale. Per fortuna, la Corte dei Conti ha chiarito che la nostra spesa sanitaria supera di gran lunga l’80% del Bilancio. Con questa precisazione i cittadini hanno cominciato a capire di quale portata possa essere il nostro debito per l’intricatissimo sistema dell’assistenza sanitaria abruzzese.
Mai una risposta, una pur minima precisazione è stata fornita dalla Giunta Regionale in merito all’incidenza della spesa per le prestazioni sanitarie in convenzione. Mi spiego meglio riferendomi ai contratti di convenzioni stipulati con le strutture sanitarie private.
Forse, costituisce un segreto di Stato o, visto che le Regioni hanno assunto poteri straordinari, un segreto regionale? Eppure, questa nuova Amministrazione aveva promesso ai cittadini di fare chiarezza sulla gestione, di elaborare programmi di risanamento a breve e lunga scadenza.
Invece, dopo lunga e travagliata interpolazione dei dati, la montagna ha partorito il famoso “topolino”. Un topolino deforme, senza capo né coda, privo di ogni efficacia giuridica sia nella forma che nella sostanza. Efficacia ne ha a iosa, ma non in senso positivo per le casse regionali e per le tasche dei cittadini, ma come regalo dilazionatorio per le case di cura private.
Ho avuto la sensazione, e con me l’hanno avuta tutti i contribuenti abruzzesi, che la Regione volesse confondere le idee degli aventi diritto all’assistenza sanitaria con il gioco delle “tre carte”. Ve lo ricordate quando alcuni giocolieri lo effettuavano con abilità sulle piazze in occasione delle fiere e delle festività?
Ebbene, la Regione ha parlato in continuazione dell’argomento, talvolta in maniera contraddittoria, fino al punto di confondere le idee agli amministrati e di perdere anch’essa il filo del discorso. Infatti, i grandi giocolieri, gli illusionisti della gestione della materia sanitaria regionale, dopo le grandi manovre di deviazione dell’attenzione pubblica, che cosa hanno tirato fuori dal “cilindro”? Non il solito coniglio. Non il consueto fazzoletto annodato fino all’infinità, ma, solo ed unicamente, una bellissima strenna natalizia per la sanità privata: la possibilità di commettere un reato (mancato pagamento degli stipendi per tre mesi) ed una ambitissima dilazione di altri sei mesi per mettere in regola i conti.
Francamente, mi sembra un po’ troppo, non vi pare?
La legge regionale, recentemente licenziata, non ha certamente bisogno di commenti. È fin troppo eloquente ciò che si può dedurre dalla semplice lettura della medesima. Forse, sarebbe il caso apportare una urgente modifica al recente provvedimento: la completa abrogazione della legge regionale e la sostituzione della stessa con una urgente circolare dell’Assessorato, con la quale si ricorda agli aventi diritto di rispettare le vigenti norme in materia di lavoro e, se si volesse essere anche un po’ attenti, anche in materia di assistenza, in modo che non gravi così pesantemente sull’economia familiare e regionale.

di Maria Cattini
[tratto da Gli Editoriali del Direttore – IlCapoluogo.it]

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