Televisione. Gomorra – Le origini, l’adolescenza del male

Ci sono storie che non smettono di chiamare, anche quando sembrano aver detto tutto. Gomorra è una di queste. Un racconto che si è chiuso lasciando dietro di sé macerie emotive, volti impressi nella memoria, un’idea precisa di male che non chiede scuse. Eppure eccola tornare, dal 9 gennaio su Sky e in streaming su Now, con un prequel che guarda indietro, là dove tutto ha iniziato a deformarsi.
Gomorra – Le origini non prova a rilanciare l’epica del potere. Sceglie un’altra traiettoria: l’infanzia rubata, l’adolescenza storta, la formazione di uno sguardo che diventerà feroce. Sei episodi per raccontare non l’ascesa, ma il prima. Quando il male non ha ancora un nome definitivo, ma già respira.
Narrazione e personaggi
Trama e ambientazione
Napoli, fine anni Settanta. La serie si apre con un notiziario del 1977 che scivola come una lama: un bambino su sette non raggiunge il primo anno di età. È un dato che pesa più di qualsiasi spiegazione. Dice già tutto. Dice il contesto, il destino, il terreno.
La macchina da presa si muove tra contrabbando di sigarette, strade polverose, palazzi che crescono come denti storti. L’eroina non è ancora arrivata, ma l’aria sta cambiando. Le regole sono fluide, il confine tra gioco e violenza sottile. È qui che prende forma Pietro Savastano, molto prima di diventare il boss senza pietà che il pubblico conosce.
Il giovane Pietro ha il volto di Luca Lubrano, diciassette anni, uno sguardo che trattiene malinconia e rabbia. Non imita. Non cita. Costruisce un personaggio fragile, ancora attraversabile. Si avverte il momento esatto in cui qualcosa si incrina. E non si aggiusta più.
Dialoghi e temi
I dialoghi restano asciutti, mai spiegati. Nessuna pedagogia. Nessuna indulgenza. Le parole girano attorno ai silenzi, li rispettano. I temi emergono senza essere dichiarati: famiglia, appartenenza, mancanza, potere come unica lingua imparata.
Accanto a Pietro, Imma, interpretata da Tullia Venezia. Viene da un’altra Napoli, quella che guarda dall’alto. Ma le scelte, quando arrivano, non fanno sconti. La serie suggerisce una verità scomoda: il male non nasce solo dalla povertà. Nasce dalle crepe, ovunque siano.
E poi c’è ’O Paisano, incarnato da Flavio Furno. Figura cupa, quasi mitologica. Detenuto, predicatore di una camorra nuova, feroce, organizzata intorno all’idea di famiglia come struttura di dominio. Il riferimento a Raffaele Cutolo non è nascosto, ma nemmeno calcato. Sta lì, come un’ombra lunga che attraversa ogni episodio.
Stile e riflessioni
Guardare Gomorra – Le origini non provoca adrenalina. Provoca inquietudine lenta. Una sensazione che si deposita scena dopo scena. Non c’è l’urgenza del colpo di scena, ma il peso di ciò che si capisce in anticipo. Si sa già dove porterà quel passo sbagliato, quel silenzio non colmato, quella carezza mancata.
La regia dei primi quattro episodi è firmata da Marco D'Amore, che qui lavora anche come supervisore artistico e co-sceneggiatore. La sua impronta si sente: uno sguardo che non spettacolarizza, che resta basso, vicino ai volti, ai dettagli minimi. D’Amore ha raccontato di aver inizialmente rifiutato il progetto, per timore di tornare su una strada già battuta. Poi qualcosa lo ha convinto. E si vede.
Gli ultimi due episodi passano a Francesco Ghiaccio, mantenendo coerenza di tono. Nessuna frattura stilistica. Nessun cambio di passo forzato.
Dettagli memorabili
Ci sono immagini che restano. I palazzoni di Scampia appena nati, ancora senza mito, solo cemento e promesse mancate. I ragazzi che giocano a fare i grandi, senza sapere che il gioco non finirà. I corridoi del carcere, dove ’O Paisano parla di futuro come fosse una profezia.
E poi c’è quella frase di D’Amore che rimbalza nella testa mentre scorrono i titoli di coda: «Sono ragazzi che non sognano i sogni che dovrebbero fare i bambini». È forse il cuore segreto della serie. La sua ferita.
Un prequel che non consola
Le regole del marketing dicono che un brand di successo non si abbandona mai. Gomorra – Le origini potrebbe sembrare un’operazione di questo tipo. E invece no. Perché qui non si cerca di allungare il mito, ma di svuotarlo, di mostrarne la genesi sporca, incompleta, dolorosa.
Non c’è nostalgia. Non c’è compiacimento. C’è una domanda che resta sospesa: quanto è inevitabile diventare ciò che si diventa? La serie non risponde. Non assolve. Non condanna. Si limita a mostrare.
E forse è proprio questo il suo punto di forza. Guardare l’adolescenza del male significa rinunciare alla comodità del giudizio rapido. Significa accettare che il confine tra vittima e carnefice, in certi contesti, si assottiglia fino quasi a scomparire.
Perché guardarla
Gomorra – Le origini non è una serie che intrattiene. È una serie che interroga. Che costringe a tornare indietro, a guardare il momento in cui tutto avrebbe potuto essere diverso. E non lo è stato.
Chi conosce la saga troverà echi, rimandi, ombre familiari. Chi arriva per la prima volta non avrà bisogno di mappe. Bastano gli occhi. E un po’ di coraggio.
Perché l’adolescenza del male, quando la osservi da vicino, fa più paura del male adulto. È ancora aperta. Ancora fragile. Ancora, forse, evitabile.




