Effetto Netflix:

per Pedro Alonso, che ne “La casa di carta” interpreta Berlino, uno dei personaggi più amati dal pubblico, il successo planetario ottenuto dalla serie tv di cui Netflix ha rilasciato gli ultimi episodi è stato quel che si definisce “una tempesta perfetta”.

Ed è difficile dargli torto visto che alla sua prima messa in onda sulla rete spagnola Antena 3 la serie, dopo un primo consenso iniziale, perse man mano il pubblico tanto da convincere i produttori a dichiarare chiusa l’esperienza alla fine della seconda stagione.

Poi, però, «arrivò Netflix e disse: “spendete quello che volete” e sono arrivate altre tre stagioni».

Ma soprattutto, grazie al passaparola tra gli utenti che può decretare il successo o l’insuccesso di una serie tv, sono arrivati milioni e milioni di spettatori.

Sessantotto per la precisione, record battuto solo dal più recente e discutibile Squidgame. «Il segreto di questo successo? Dopo averlo scoperto, lo abbiamo chiuso in una cassaforte in Svizzera» scherza Alonso.

Poi, più seriamente, aggiunge:
«Non è stata solo una questione di soldi a disposizione. Penso che il mondo fosse pronto per questa serie anti-sistema».

La casa di carta racconta, infatti, la storia di una banda di rapinatori messa insieme da un geniale “professore” con l’ambizione di rapinare la zecca di Stato spagnola:

«La nostra è una serie di protesta, Squidgame è fascista»
liquida il confronto Enrique Arce (nella serie è il direttore di banca Arturo Román).
Non a caso, il tema musicale de La casa di carta è Bella ciao e forse anche questo è un tassello del successo che ha regalato alla serie non solo spettatori, ma anche un consistente merchandising.
Le tute rosse e le maschere di Salvador Dalì indossate dai rapinatori sono rapidamente diventa- te un must.
Insieme al successo della serie, naturalmente, è arrivato anche quello personale dei protagonisti che si sono ritrovati proiettati in una dimensione nella quale mai avrebbero immaginato di arrivare:
«Sono andato via dalla Spagna perché c’era una crisi economica spaventosa e mi sono formato come attore negli Stati Uniti – racconta Arce –. Non avevo una lira e la mia autostima era finita sotto la suola delle scarpe. Non penso di avere meriti particolari, sono solo finito in qualcosa di grande ma, certo, oggi sono vicino a persone alle quali, qualche anno fa, non avrei avuto nemmeno il coraggio di chiedere una foto o un autografo».
Come lui Pedro Alonso, che sarà prossimamente il protagonista di uno spin off de La casa di carta dedicata al suo personaggio e si chiamerà Berlin:
«Mi sono sempre considerato un attore di classe media, a volte già sopravvivere mi sembrava un miracolo. E ora, invece, eccomi qua».
E il successo è stato talmente travolgente da doverne prendere le distanze:
«In questo periodo dipingo, ho scritto un libro e sto producendo due documentari. Ho il mio giardino creativo e devo ricaricarmi».
Ancora più stupita, non tanto dal successo quanto dalle sue conseguenze, Belén Cuesta, che nella serie è Manila:
«Mi chiamano tante persone dalle Filippine per sapere perché mi chiamo come la loro capitale»
esclama sorridendo.
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