La destra che sogna l’egemonia e inciampa nello specchio

La destra che sogna l’egemonia e inciampa nello specchio

C’è una parola che la destra italiana pronuncia con una frequenza sospetta: egemonia.
La dice con l’aria di chi rivendica un torto antico. La ripete come se fosse una promessa mancata, un credito mai riscosso. La invoca come si fa con un risarcimento morale.
Poi, ogni volta che prova a inseguirla, inciampa. E cade. Sempre nello stesso punto: davanti allo specchio.

Lo scontro tra Marcello Veneziani e Alessandro Giuli non è una lite personale. È qualcosa di più istruttivo. È il racconto plastico di una destra che, arrivata al potere politico, scopre di non sapere che farsene del potere culturale. O, peggio, di non sapere cosa sia davvero.

Veneziani accusa. Giuli replica. Tono alto, parole grosse, risentimenti antichi che riaffiorano come vecchie crepe sotto una mano di vernice nuova. In mezzo, pochi intellettuali d’area che si osservano con diffidenza. Tutti convinti di avere ragione. Nessuno disposto a fare un passo indietro.

Il risultato è un teatro prevedibile. Non drammatico. Non tragico. Piuttosto stanco.

Perché l’egemonia culturale non si conquista per decreto. Non nasce da una nomina ministeriale. Non cresce con un cambio di palinsesto o con un consiglio d’amministrazione “amico”.
L’egemonia, quella vera, non si proclama. Si esercita senza dirlo.

Ed è qui che la destra italiana mostra la sua fragilità.

Da anni denuncia un presunto monopolio culturale della sinistra. Università, giornali, cinema, editoria. Tutto occupato. Tutto ostile. Tutto chiuso.
Può darsi. In parte è vero. Ma il punto non è chi occupa cosa. Il punto è cosa si produce.

Quando la sinistra aveva un’egemonia, reale o presunta, non la viveva come una rivalsa. La dava per scontata. La abitava. Scriveva libri. Faceva cinema. Inventava linguaggi. Produceva immaginario.
La destra, invece, sembra vivere la cultura come un bottino. Qualcosa da strappare. Da redistribuire. Da rimettere “a posto”.

È un errore di prospettiva. E anche di carattere.

Il caso dell’Inno di Mameli è emblematico. Una sillaba tolta. Un “sì” cancellato. Decisione formalmente corretta, filologicamente difendibile, simbolicamente disastrosa.
Perché i simboli funzionano finché restano vivi. Quando li tratti come pratiche amministrative, li uccidi.
La destra che dice di difendere l’identità nazionale finisce per ridurla a circolare interna.

Lo stesso accade nel dibattito culturale. Ci si concentra sulle cornici. Sui ruoli. Sulle etichette. Su chi sta dentro e chi sta fuori.
Quasi mai sul contenuto.

Veneziani rimprovera alla destra di aver perso il coraggio. Giuli replica rivendicando una linea. Entrambi parlano come se il problema fosse l’atteggiamento.
Ma il problema è un altro: manca una visione condivisa del mondo.
Manca una grammatica comune.
Manca persino una domanda chiara: che cosa vogliamo raccontare dell’Italia di oggi?

Non basta evocare il passato. Non basta citare tradizioni. Non basta contrapporsi a un nemico culturale immaginato come onnipotente.
L’egemonia non nasce dal risentimento. Nasce dalla capacità di interpretare il presente meglio degli altri.

La destra italiana governa. Ha ministeri. Ha potere. Ha visibilità.
Eppure continua a comportarsi come se fosse all’opposizione. Come se qualcuno le stesse rubando qualcosa. Come se fosse sempre sul punto di essere zittita.

Questa postura vittimistica è il suo vero limite.
Perché chi si sente perseguitato non crea. Reagisce.

E reagendo, spesso, si chiude. Si irrigidisce. Si rifugia in una cultura di riconoscimento interno, fatta per piacere ai propri, non per parlare a tutti.
Un club. Non un orizzonte.

L’egemonia culturale non è occupare spazi. È renderli desiderabili.
Non è sostituire nomi. È produrre senso.
Non è rivincita. È seduzione.

La sinistra lo ha capito, a suo tempo. Poi lo ha dimenticato.
La destra sembra non averlo ancora imparato.

Lo scontro Veneziani-Giuli, letto così, diventa quasi utile. Perché smaschera l’equivoco.
La destra non perde la battaglia culturale perché qualcuno la esclude.
La perde perché continua a combatterla come una guerra di trincea, quando il mondo è già altrove.

Finché l’egemonia resterà un “sogno” da inseguire, e non una pratica quotidiana da esercitare, resterà tale.
Un sogno.
Con molti rancori.
E poche idee nuove.

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