Una prima lettura potrebbe fare apparire l’interrogativo come un dubbio “amletico”, ma, così non è e non può essere, perché, invertendo “l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia” e non cambia neppure il significato delle domande che la coscienza si pone al cospetto degli odierni accadimenti. La risposta ai quesiti e la loro interpretazione, purtroppo, è una, unica e indiscutibile, “vergogna”.

Personalmente avevo sempre ritenuto le macerie simbolo del disastro sismico e del dolore di tutti quei cittadini che, in un certo qual modo, erano stati privati e colpiti negli affetti più cari, oltre ad aver subito danni materiali ed economici più o meno rilevanti. Non ho potuto concludere questa riflessione che, immediatamente, ho dovuto cambiare opinione, perché, come lupi, molti hanno affondato le fauci sulle “macerie”. Alle 3,32 di quel dannato 6 aprile, il terremoto, in pochi secondi, ha devastato L’Aquila e alle 4,00 del mattino si erano già messi in movimento famelici comitati d’affari, nazionali, regionali e locali per fare affari sulle disgrazie degli aquilani.

È, o non è, una vera e propria “vergogna”?

La prima speculazione venne sventata sul nascere, fortunatamente per attori e “faccendieri”, da un’azione corale di cittadini, organi di informazione, Istituzioni locali, Magistratura e Corte dei Conti.

La materia, affrontata dalla Protezione Civile, portò l’incarico della rimozione e cernita delle macerie ai Vigili del Fuoco ed all’Esercito. Le acque si erano calmate, almeno in apparenza. L’osso da spolpare era stato sottratto alle zanne dei predatori, per cui le lotte trasversali per l’accaparramento si erano assopite. Trascorse solo qualche mese di quiete. Subito dopo i “faccendieri”, privi delle più elementari regole di rispetto della memoria dei deceduti, sono tornati all’attacco con nuove strategie. Hanno cominciato a far leva sulla pubblica opinione, sostenendo la tesi dell’eccessiva lentezza nella rimozione razionale delle macerie, allo scopo di riportare l’argomento sul tavolo degli accaparramenti e, quindi, ritornare in gioco per una possibile gestione della materia.

Lo scampato pericolo non li ha condizionati, anche se i fascicoli dell’inchiesta sono ancora aperti. Ma, non basta. Hanno pensato bene di affermare che l’attuale sito prescelto per la cernita e lo smaltimento dei materiali inerti, ex cava Teges, è stato pressoché saturato, “sta scoppiando”. Quella cava che, guarda caso, era stata scelta per essere riempita, con pesanti oneri a carico del Comune, affidando l’incarico dello smaltimento ad una società priva di requisiti tecnici.

In tutto questo ingarbugliato ambiente si sono inseriti tutte le più importanti menti della strategia politica, degli accordi trasversali, degli intrecci più o meno occulti che hanno portato al coinvolgimento di rappresentanti politici regionali di ieri e di oggi. Voglio precisare, a scanso di ogni equivoco, che non intendo addentrarmi nell’aspetto puramente di cronaca degli ultimi avvenimenti. Li cito solamente a prescindere dalle conclusioni penali che si andranno a determinare nel prossimo futuro. Colossi pubblici, privati e partecipati hanno finito per complicare l’intera matassa, dal momento che qualche “regista” ha mosso le fila artatamente, facendo scendere in campo Finmeccanica, la SELEX Service Management e, da ultimo, Abruzzo Engineering.

A tutto ciò si aggiunga che, recentemente, proprio in un grosso comune della Marsica ben due esponenti politici “di peso” del PD hanno rassegnato le dimissioni, non solo dal consiglio comunale ma anche dal PD, a causa delle nomine nei CdA dell’ACIAM e del Consorzio rifiuti.

A questo punto mi chiedo: quali e quanti interessi possano gravare sul pianeta rifiuti?

Di sicuro chi mette le mani sui rifiuti, nella melma, prima o poi si sporca. Chi ha le mani più sporche: Comune, Regione, Governo, Società Pubbliche, privati, amministratori pubblici, ex amministratori?

Provate anche voi ad individuare le “mele marce” e fatemelo sapere, perché, personalmente non riesco proprio a capire quale possa essere la chiave di volta…

di Maria Cattini
[tratto da Gli Editoriali del Direttore – IlCapoluogo.it]

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