Maranza, il nemico perfetto: quando la sicurezza diventa un racconto

maranza italia

C’è sempre bisogno di un volto. Di qualcuno su cui puntare il dito. Funziona così, nei periodi di incertezza: l’ansia collettiva cerca una sagoma riconoscibile, un’etichetta facile, un corpo su cui proiettare paure che hanno radici più profonde. Oggi quel volto ha un nome preciso, breve, rumoroso. Maranza.

Non è una parola neutra. Non lo è mai stata. Arriva da lontano, rimbalza dagli anni Ottanta, si carica di nuove sfumature e torna in circolo come un oggetto contundente. Non descrive soltanto dei ragazzi. Descrive un’idea di pericolo. Un allarme permanente. Un nemico da additare quando parlare di lavoro precario, periferie senza servizi, integrazione mancata diventa troppo scomodo.

Il punto non è se esistano episodi di violenza giovanile. Esistono. Il punto è come li si racconta. E soprattutto cosa si sceglie di fare dopo averli raccontati.

Contenuti

La costruzione del mostro urbano

Una categoria elastica, buona per ogni paura

Il termine maranza si presta a un uso straordinariamente flessibile. Non indica un reato preciso. Non identifica un’organizzazione. Non descrive un comportamento giuridicamente definito. È una sagoma mobile, che può includere il ragazzo rumoroso in metropolitana, il gruppo che staziona in piazza, il minorenne con abiti appariscenti, spesso griffati – veri o falsi che siano.

Dentro quella parola entrano classismo, marginalità urbana, razzializzazione implicita. Anche quando si parla di giovani italiani, il sottotesto resta lo stesso: altro, estraneo, minaccioso. Una scorciatoia narrativa che consente di saltare passaggi fondamentali. Il contesto sparisce. Restano le colpe.

La retorica securitaria ha bisogno di figure così. Funzionano bene nei titoli. Tengono alta la tensione. Offrono una risposta semplice a problemi complessi.

La lezione che ritorna, da Cuore a oggi

C’è qualcosa di profondamente antico in questo schema. Un riflesso che rimanda a un’Italia pedagogica e punitiva, dove se un ragazzo sbaglia la responsabilità ricade sulla famiglia, sulle “cattive compagnie”, su un’educazione ritenuta insufficiente. È una visione che evita accuratamente di interrogarsi su quartieri ridotti a dormitori, su scuole lasciate sole, su un mercato del lavoro che promette poco e mantiene ancora meno.

Nel dibattito politico recente, questo schema si è tradotto in proposte che colpiscono i genitori, non le cause. Multe, sanzioni, provvedimenti amministrativi. Una risposta rapida, simbolica, spendibile in conferenza stampa. Molto meno efficace sul piano sociale.

Dalla sicurezza alla punizione preventiva

Il corto circuito dei provvedimenti amministrativi

Dopo le critiche della Consulta a misure precedenti, la strada scelta non è stata quella di un ripensamento. È stato un cambio di binario. Meno diritto penale, più amministrazione locale. Più discrezionalità. Più strumenti rapidi.

Il risultato è una serie di ipotesi che incidono direttamente sull’identità dei minori: sequestro o mancato rinnovo dei documenti, limitazioni alla libertà di movimento, estensione del Daspo urbano. Non per una condanna, ma per una valutazione preventiva di pericolosità.

Qui il salto è evidente. Non si punisce un fatto accertato. Si anticipa la sanzione. Si lavora sull’idea che alcuni corpi, alcune provenienze sociali, alcune presenze nello spazio pubblico siano di per sé un problema.

Colpire i documenti significa colpire l’esistenza civile. Significa dire a un ragazzo che la sua identità è revocabile. Che l’appartenenza è condizionata. Che basta poco per scivolare fuori dal perimetro dei diritti.

In un Paese che continua a ragionare quasi esclusivamente in termini di ius sanguinis, questo messaggio pesa doppio. L’integrazione resta una promessa vaga. L’inclusione una parola buona per i convegni. Nella pratica quotidiana, la risposta è il controllo.

Sicurezza come grimaldello politico

Il racconto dei maranza non si ferma ai ragazzi di periferia. È qui che la questione diventa più ampia. Le stesse misure pensate per fronteggiare una presunta emergenza giovanile allargano il raggio d’azione su blocchi stradali, occupazioni, manifestazioni. Spazi di conflitto sociale che nulla hanno a che vedere con le baby gang.

L’estensione del Daspo urbano e l’introduzione di uno “scudo penale” per le forze dell’ordine segnano un passaggio delicato. La sicurezza smette di essere un obiettivo e diventa una cornice dentro cui comprimere il dissenso.

La memoria recente del Paese dovrebbe rendere cauti. I nomi di Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini non appartengono a un passato remoto. Sono ferite ancora aperte nel rapporto tra Stato e cittadini.

Quando l’eccezione diventa regola, il confine si sposta. Ci si abitua. Si accetta l’idea che alcune libertà possano essere sacrificate in nome di una tranquillità promessa. Una promessa che, storicamente, non viene mai mantenuta.

Il ruolo della narrazione mediatica

Rap, periferie e capri espiatori

Nel racconto dei maranza, la musica rap ha avuto un ruolo centrale. Non come causa, ma come specchio. È un linguaggio che racconta contesti marginali, che restituisce rabbia, desiderio di riscatto, fratture sociali. Proprio per questo viene spesso usato come prova a carico.

Si confonde il racconto con l’istigazione. Lo storytelling con il comportamento reale. Un errore antico, che ha colpito ogni sottocultura giovanile prima di essere addomesticata dal mercato. Punk, skin, paninari, hipster. Cambiano i nomi, resta il meccanismo.

C’è un punto che andrebbe preso sul serio: essere raccontati per anni come un problema produce effetti concreti. Se ti ripetono che sei pericoloso, prima o poi rischi di comportarti come tale. Non per natura, ma per reazione.

È una dinamica nota a chi lavora nei territori, nelle comunità educative, nelle periferie. Molto meno frequentata da chi scrive leggi sull’onda dell’emergenza.

Un’Italia che insegue se stessa

L’errore storico delle opposizioni

C’è un altro aspetto che rende questo quadro ancora più fragile: l’inseguimento. Da trent’anni una parte della politica prova a rincorrere la destra sul terreno della sicurezza, adottandone il linguaggio, accettandone i presupposti, sperando di sottrarle consenso.

Il risultato è sempre lo stesso. Si rafforza la cornice securitaria. Si legittima la paura. Si lascia campo libero a misure sempre più aggressive. Una polpetta avvelenata che funziona proprio perché trova terreno fertile.

Non mancano idee, proposte, materiali. Investimenti nei servizi, nella scuola, nella socialità. Progetti di integrazione reale. Spazi pubblici vissuti, non militarizzati. Una sicurezza che nasce dalla presenza, non dalla repressione.

Il problema non è l’assenza di alternative. È la scelta di non praticarle.

Guardare oltre l’etichetta

Raccontare i maranza come il “mostro urbano finale” serve a evitare una domanda più scomoda: che tipo di società stiamo costruendo? Una società anziana, economicamente depressa, attraversata da paure che cercano continuamente nuovi bersagli.

La sicurezza, quella vera, non nasce dai divieti a pioggia né dai documenti sequestrati. Nasce dal riconoscimento. Dalla possibilità di sentirsi parte di qualcosa. Dalla certezza che lo spazio pubblico appartenga a tutti, non solo a chi fa meno rumore.

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