Un cherubino ha il volto della premier: è un problema?

Un affresco in una basilica romana è diventato il terreno di una battaglia tra arte, potere e religione. Nessuno ha ancora chiesto la domanda vera.
Un cherubino tiene in braccio un angelo. La sua faccia, però, non è quella di un serafino. È quella di Giorgia Meloni.
Questa è la notizia. O almeno, questa è la parte della notizia che tutti hanno colto subito: qualcuno ha dipinto il volto della presidente del Consiglio su un affresco nella basilica di San Lorenzo in Lucina, una delle chiese più vecchie e più belle di Roma. Il resto — chi ha fatto cosa, perché, e soprattutto chi ha il diritto di decidere — resta ancora in discussione.
La storia, come sta
Il restauratore Bruno Valentinetti ha modificato un dipinto originale della cappella del Crocifisso. Il lavoro di ripristino era iniziato nel 2023. Il primo affresco restaurato, quello che ha scatenato tutto, raffigura un cherubino con il volto della premier. Valentinetti ne ha parlato apertamente, senza nascondersi. Il parroco, monsignor Daniele Micheletti, due giorni fa ha confermato che la notizia corrisponde a fatti. Ma nessuno, fino a ieri, aveva pensato di farci caso davvero.
Poi qualcuno ha scattato una foto. Un selfie, come succede sempre. E il caso è esploso.
Chi decide cosa succede in una chiesa?
La domanda non è se il volto di Meloni su un affresco sia una provocazione. Lo è, ovviamente. La domanda è: chi ha il diritto di sedersi su questa vicenda e governarla?
Il Ministero della Cultura, attraverso il ministro Alessandro Giuli, ha attivato le ricerche per capire cosa sia stato fatto esattamente. Il vicariato di Roma e il cardinale Baldo Reina hanno espresso preoccupazione. Micheletti, il sacerdote responsabile della basilica, ha detto che non ha intenzione di fare barricade, ma che la situazione va chiarita.
Valentinetti, dal suo canto, non sembra affatto preoccupato. Anzi, secondo la sua versione, nessuna norma gli vieta di mettere il volto di qualcuno su un dipinto di arte religiosa. È un artista. Ha una sua visione. Ha lavorato in buona fede.
Forse. Ma arte e buona fede non sono mai bastati da soli a giustificare tutto.
Il vero problema non è il cherubino
Pensiamoci: se al posto di Meloni ci fosse stato il volto di un semplice cittadino romano, un commerciante di via della Croce, un taxi driver? Nessuno avrebbe aperto un giornale per scriverci sopra. La storia esiste solo perché lega arte, religion e potere politico in un unico fotogramma.
E questo ci dice qualcosa di importante su come funziona la comunicazione oggi. Non sul cherubino. Sul sistema.
Un restauratore lavora per anni in una cappella. Nessuno lo guarda. Poi un selfie circola su Instagram, e in 48 ore il caso diventa nazionale. Il primo a notare non è stato un critico d'arte, né il Ministero della Cultura. È stato il pubblico, guidato dal meccanismo più banale che esista: riconoscere un volto familiare.


La reazione delle istituzioni
Il vicariato di Roma ha reagito con una nota piuttosto secca. Il cardinale Reina ha ribadito che le immagini di arte sacra non possono essere oggetto di utilizzi "impropri o strumentalizzazioni". Parole corrette, ma vaghe. Cosa significa, concretamente? Che il restauratore avrebbe dovuto chiedere un permesso? A chi? Che il Ministero della Cultura avrebbe dovuto controllare ogni pennellata? Con quali risorse?
Micheletti, il parroco, è la figura più interessante in questa storia. Non si comporta come un uomo in difficoltà. Si comporta come un uomo che sta cercando di trovare una soluzione pratica in una situazione che nessuno aveva previsto. "Stiamo cercando una soluzione", ha detto. "Non possiamo rimanere incastrati sul viso di un angelo." Poi ha aggiunto, con una lucidità che i più esperti degli altri non hanno mostrato: "Questa strada da percorrere, anche se non è la più facile, è l'unica giusta causa."
Non è una dichiarazione diplomatica. È un tentativo di pensare il problema come un problema, non come uno scandalo.
Cosa succederà adesso
Il restauratore ha la piena disponibilità a modificare il dipinto. Bene. Ma la questione non finisce qui.
La storia di San Lorenzo in Lucina è la storia di come una decisione presa da un singolo — senza malizia, forse, ma senza nemmeno pensare alle conseguenze — può diventare un caso nazionale in poche ore. Non perché sia grave in sé. Ma perché il meccanismo che la amplifica è enormemente più potente di chi l'ha generata.
Valentinetti, il restauratore di arte sacra e influencer di arte, ha una sua filosofia: i dipinti nelle chiese non sono mai stati solo preghiera. Sono sempre stati anche racconto, anche provocazione. Pensate a chi ha commissionato i primitivi, ai Medici che si facevano ritrarre accanto a Cristo. La tradizione di mettere i volti dei potenti nell'arte sacra è lunga secoli.
Ma questa è un'altra storia. Questa è una storia dove un individuo ha preso una decisione che riguarda uno spazio pubblico, senza che nessuna struttura lo avesse guidato o controllato. E questa è la parte che dovrebbe preoccuparci davvero.
Nessuno, in questi giorni, ha posto la domanda più semplice e più scomoda: come mai nessuno, tra i tanti che avevano la responsabilità di vigilare — il parroco, il vicariato, il ministero — si è accorto di niente fino a quando un selfie non ha trasformato tutto in una notizia?
La risposta non è nel cherubino. È nel sistema che lo ha lasciato succedere.




