Diciassette anni dopo il sisma, Report racconta quello che la politica locale preferisce non dire
Ci vuole un programma televisivo nazionale per fare quello che un’amministrazione comunale non riesce — o non vuole — fare da soli: dire la verità sulle scuole dell’Aquila. Il 24 maggio scorso, Report ha mandato in onda un’inchiesta intitolata “Scuole di carta”. Il titolo vale più di qualsiasi commento.
Il terremoto del 6 aprile 2009 ha distrutto o reso inagibili quasi tutti gli edifici scolastici della città. Da allora, i bambini aquilani studiano nei MUSP — Moduli ad Uso Scolastico Provvisorio. Strutture temporanee che avrebbero dovuto durare qualche anno. Siamo al diciassettesimo. E non esiste, ad oggi, un piano ufficiale approvato con date certe per la loro chiusura definitiva.
Questo non è un ritardo. È una scelta politica reiterata nel tempo.
Il dossier comunale sullo stato della ricostruzione scolastica, aggiornato al 30 aprile 2026, fotografa una situazione che mescola cantieri aperti, proroghe accumulate e progetti ancora in carta. Su 18 interventi totali previsti — per un valore complessivo di oltre 111 milioni di euro — solo quattro risultano effettivamente conclusi. Otto sono in corso, con fine lavori che in diversi casi slittano al 2027 o addirittura al 2028. Sei sono ancora in progettazione o in fase di appalto. Il polo scolastico di Collemaggio, che vale da solo 18,6 milioni di euro, è ancora alla fase del parere preliminare alla Soprintendenza.
Per capire cosa significhi tutto questo in termini concreti, basta un esempio: la scuola primaria F. Rossi di Paganica, finanziata con fondi PNRR, ha visto risolvere il contratto con la prima impresa esecutrice per grave inadempimento nell’aprile 2025. I lavori sono poi ripresi a marzo 2026 — dopo la demolizione dei pilastri già costruiti dalla ditta precedente. La fine lavori è ora prevista per giugno 2027. Non è una storia di sfortuna. È la norma.
Il punto che Report ha avuto il merito di portare all’attenzione nazionale non è solo la lentezza, che pure colpisce. È l’assenza di responsabilità politica visibile. Ogni ritardo ha una spiegazione tecnica — sospensioni per varianti, gare deserte, imprese inadempienti, verifiche in corso. La burocrazia funziona egregiamente come schermo. Ma dietro ogni cronoprogramma che scivola ci sono bambini che crescono in strutture temporanee, famiglie che normalizzano l’eccezionale, una città che si abitua a non pretendere.
L’Aquila è Capitale italiana della Cultura 2026. Il logo campeggia persino nell’intestazione del dossier comunale sulle scuole. C’è qualcosa di grottesco in questo accostamento: una città che celebra la cultura ospitando eventi e mostre, mentre i suoi figli imparano in prefabbricati che avrebbero dovuto essere smontati quando quei bambini erano ancora all’asilo.
La questione non è tecnica. È politica nel senso più elementare del termine: riguarda le priorità di chi governa e la capacità di chi è governato di farle rispettare. In Italia, le risorse per ricostruire le scuole aquilane ci sono — oltre 111 milioni stanziati, come certificato dagli atti ufficiali. Il problema non è il denaro. È la catena di responsabilità che si spezza a ogni passaggio: tra commissari, provveditorati, stazioni appaltanti, imprese, tribunali chiamati a nominare CTU.
Report ha fatto giornalismo. Ha preso dati pubblici, li ha messi in fila e li ha mostrati a chi non vive all’Aquila. Questo è esattamente ciò che dovrebbe succedere sempre, non solo quando arriva una troupe televisiva da Roma. Il problema è che una notizia del genere, per avere peso, ha bisogno di uscire dal recinto locale — dove è nota, tollerata, metabolizzata — e diventare scandalo nazionale.
Diciassette anni sono tanti per qualsiasi ritardo edilizio. Ma per una scuola sono una generazione intera. Quei bambini che nel 2009 avevano cinque anni ne hanno ventidue adesso. Hanno fatto tutto il loro percorso scolastico nel provvisorio. Il provvisorio è diventato la loro normalità. E questa, più di qualsiasi dato sul cronoprogramma, è la misura reale del fallimento.
La domanda che Report ha sollevato — e che nessun amministratore locale ha risposto in modo soddisfacente — è semplice: chi risponde di questo? Non in senso penale, non necessariamente. In senso politico. Chi si alza e dice: sotto la mia gestione, in questi anni, le scuole non sono state ricostruite nei tempi promessi, e ne assumo la responsabilità?
Nessuno. Perché il sistema è costruito per rendere impossibile l’attribuzione di responsabilità precise. Ogni mandato amministrativo eredita i ritardi del precedente. Ogni sindaco trova cantieri aperti da altri, proroghe già concesse, contenziosi in corso. La continuità burocratica garantisce la discontinuità politica: nessuno ha mai cominciato davvero, quindi nessuno ha mai fallito davvero.
C’è un meccanismo più sottile, però, che vale la pena nominare. Le risorse ci sono, i progetti ci sono, le imprese — quando non risolvono il contratto per inadempimento — ci sono. Quello che manca è la pressione costante, sostenuta, non episodica. Il tipo di pressione che in altri contesti viene esercitata da un’opinione pubblica informata, da una stampa locale combattiva, da una classe dirigente che sente il fiato sul collo. All’Aquila questa pressione c’è stata, portata avanti con tenacia da chi ha seguito il dossier anno dopo anno. Ma una città di ottantamila abitanti, per quanto determinata, non riesce da sola a spostare il centro di gravità dell’attenzione nazionale su un problema che dura da quasi due decenni.
L’Aquila non è una città qualunque: è il caso simbolo della ricostruzione italiana post-sisma. Quello che accade lì riguarda anche Amatrice, anche Norcia, anche ogni altra comunità che in futuro si troverà ad aspettare che lo Stato mantenga le promesse fatte nell’emergenza.
Il modello MUSP nasce come soluzione temporanea di emergenza. Pensato per mesi, è sopravvissuto a quasi due decenni. Questo non è solo un problema aquilano: è la prova che l’Italia sa costruire il temporaneo con una solidità che non riesce a replicare nel definitivo. Sa mobilitarsi nell’immediato del disastro — le immagini, i volontari, le tende, i prefabbricati montati in pochi giorni — e poi perde il filo non appena le telecamere si spostano. La fase due, quella lenta e silenziosa della ricostruzione vera, è sempre la più difficile da raccontare e da governare.
Quel che rende la vicenda delle scuole aquilane particolarmente amara è il contesto in cui si consuma. L’Italia sta chiedendo all’Europa miliardi attraverso il PNRR proprio per ammodernare il patrimonio scolastico nazionale, costruire nuovi asili, adeguare gli edifici esistenti. Alcuni di questi fondi stanno arrivando anche all’Aquila — quattro nuovi asili nido, finanziati con la Missione 4 del Piano. Bene. Ma mentre si costruisce il nuovo, il vecchio provvisorio resta. E non esiste nessuna garanzia formale, nessun impegno vincolante dell’amministrazione comunale, che stabilisca quando i MUSP verranno chiusi.
Un’inchiesta televisiva può accendere i riflettori. Non può sostituire la politica. Può creare imbarazzo, può spingere qualche assessore a rilasciare dichiarazioni rassicuranti nei giorni successivi alla messa in onda. Ma se nei mesi a venire non si traduce in un atto formale — una delibera, un cronoprogramma vincolante, una data certa scritta nero su bianco — sarà servita soltanto a documentare il problema, non a risolverlo.
L’Aquila merita scuole vere. Non lo merita in astratto, per qualche principio generale sul diritto all’istruzione. Lo merita perché ha già pagato un prezzo enorme, e perché le promesse fatte nel 2009 — quelle sì dette con le telecamere puntate addosso — non sono ancora state mantenute. Diciassette anni dopo, la domanda non è più quando inizieranno i lavori. È quando finiranno davvero.
