Leader Nato e apparati militari durante un vertice internazionale sullo sfondo di crisi in Ucraina e Medio Oriente.
Panorama

La guerra non è più emergenza: è diventata amministrazione ordinaria

Maria Cattini

La notizia non è soltanto che Donald Trump abbia usato ancora una volta il linguaggio della minaccia, dell’offesa e della trattativa muscolare. La notizia è che attorno a quel linguaggio ormai si organizza un’intera amministrazione della guerra.

Al vertice Nato di Ankara, mentre i giornali italiani aprivano sulle parole del presidente americano contro l’Iran, sul via libera alla produzione ucraina dei Patriot e sulle nuove tensioni dentro l’Alleanza, il punto più rilevante non era più lo scandalo della frase. Era il fatto che la frase entrava subito dentro una macchina già pronta: licenze, forniture, percentuali di spesa, pacchetti militari, deterrenza, basi, corridoi energetici, vertici successivi.

La guerra non appare più come interruzione dell’ordine politico. Sempre più spesso è l’ordine politico a organizzarsi attorno alla guerra.

Il lessico della normalità

Quando un conflitto diventa struttura, cambia anche il modo in cui viene raccontato.

Non si parla più solo di bombe, vittime, fronti, tregue, negoziati. Si parla di produzione, autorizzazioni, capacità industriale, interoperabilità, sistemi di difesa, quote di bilancio. L’Ucraina che riceve il permesso di produrre sistemi Patriot non è soltanto una notizia militare. È il segnale di una trasformazione più ampia: la guerra non viene più gestita solo come emergenza da sostenere dall’esterno, ma come filiera da integrare, standardizzare e rendere continuativa.

Questo passaggio può essere necessario sul piano della difesa. Non è qui il punto.

Il punto è politico: quando la guerra entra nella grammatica ordinaria della produzione, diventa più difficile riconoscerne il carattere eccezionale. Il lessico industriale raffredda ciò che dovrebbe restare incandescente. Una licenza sembra meno grave di un missile. Un pacchetto di aiuti sembra più neutro di una battaglia. Una soglia di spesa sembra una voce di bilancio, non una scelta di società.

Così la guerra cambia stanza. Esce dal bollettino e si accomoda nei piani pluriennali.

L’Europa dentro la contraddizione

L’Europa si trova nella posizione più scomoda: deve difendersi da minacce reali, sostenere l’Ucraina, fare i conti con la Russia, contenere gli effetti del Medio Oriente, reggere l’incertezza americana e allo stesso tempo spiegare ai propri cittadini perché la spesa militare diventerà una voce sempre più stabile.

Non è una contraddizione facile da risolvere.

La sicurezza non è gratis. Ma nemmeno il riarmo è una parola neutra. Ogni euro destinato alla difesa racconta anche ciò che non viene finanziato altrove, o che verrà finanziato con più fatica: sanità, scuola, casa, transizione energetica, territorio, welfare, prevenzione climatica. La retorica della necessità tende a cancellare questo costo politico. Presenta il riarmo come un automatismo, quasi una conseguenza tecnica del mondo che peggiora.

Ma non esistono automatismi innocenti nei bilanci pubblici.

Se la guerra diventa amministrazione ordinaria, allora anche il dissenso rischia di cambiare status. Non viene più trattato come una posizione politica, ma come un disturbo della razionalità. Chi chiede limiti, priorità, controllo democratico, verifica degli obiettivi e trasparenza sui costi appare subito ingenuo, pacifista fuori tempo, irresponsabile.

È un meccanismo pericoloso, perché toglie alla politica la sua funzione più importante: decidere, non solo adeguarsi.

Trump è il sintomo, non tutto il problema

Trump rende tutto più brutale perché dice ad alta voce ciò che altri confezionano in formule più ordinate. Minaccia, insulta, si contraddice, tratta gli alleati come debitori, alterna dichiarazioni di amore e giudizi sprezzanti. È un modo di esercitare potere che crea dipendenza emotiva oltre che strategica: gli alleati aspettano il tono del giorno per capire quanto margine avranno il giorno dopo.

Ma sarebbe troppo comodo ridurre tutto a Trump.

Il problema più profondo è che l’Europa continua a oscillare tra due posture incompatibili. Da un lato vuole autonomia strategica. Dall’altro resta legata alla protezione americana, alla tecnologia americana, alla capacità militare americana, alla decisione americana su ciò che può essere prodotto, trasferito, autorizzato, rallentato.

La licenza sui Patriot all’Ucraina racconta anche questo. Non basta avere bisogno di difendersi. Bisogna avere accesso a una catena politica, industriale e tecnologica che qualcun altro controlla.

La dipendenza non è solo militare. È narrativa. L’Europa reagisce spesso alla frase americana più che produrre una frase propria.

Gaza sullo sfondo

Nel rumore strategico dei vertici, Gaza entra come immagine laterale: tende, fame, condizioni impossibili, parole di autorità religiose o umanitarie che ricordano ciò che la diplomazia tende a comprimere in una riga. È il destino delle crisi umanitarie quando diventano troppo lunghe: smettono di essere evento e diventano paesaggio.

Anche questo fa parte della normalizzazione.

Una guerra permanente non occupa più tutta l’attenzione. Si specializza. Da una parte c’è la guerra che produce decisioni, contratti, summit, alleanze, mercati, spesa pubblica. Dall’altra c’è la guerra che produce corpi, fame, sfollamento, paura, lutto. La prima viene amministrata. La seconda viene raccontata a intermittenza.

Il rischio è che le democrazie imparino a funzionare dentro questa doppia contabilità: precisione quando si parla di armi, vaghezza quando si parla di vite.

La domanda che manca

Il dibattito pubblico chiede spesso se siamo pronti alla guerra. È una domanda legittima, ma incompleta.

Dovremmo chiederci anche se siamo pronti alla sua normalizzazione. Se siamo pronti a vivere in società che considerano ordinario l’aumento strutturale della spesa militare. Se siamo pronti a trasformare la produzione di armi in politica industriale centrale. Se siamo pronti ad accettare che ogni crisi internazionale diventi una nuova soglia da superare, un nuovo budget da giustificare, una nuova eccezione da stabilizzare.

Prepararsi non significa solo armarsi. Significa sapere quale prezzo politico, sociale e morale si sta pagando.

La guerra, quando arriva, pretende urgenza. Quando resta, pretende abitudine. La seconda pretesa è più insidiosa della prima, perché non chiede entusiasmo. Chiede soltanto di non farci più caso.

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