Il giornalismo che il sindacato continua a non vedere
Modus vivendi

Il giornalismo che il sindacato continua a non vedere

Maria Cattini

C’è qualcosa di surreale nel dibattito che contrappone Ordine dei Giornalisti e sindacato.

Si discute delle regole di accesso alla professione mentre una parte della professione stessa è già uscita da qualsiasi schema di tutela. Non per scelta. Per necessità economica.

Da una parte c’è chi teme che l’allargamento dei criteri di accesso possa contribuire a svalutare ulteriormente il mestiere. Dall’altra chi osserva che il giornalismo del 2026 non assomiglia più a quello per cui erano state costruite regole, percorsi professionali e sistemi di rappresentanza.

Entrambe le posizioni hanno una loro legittimità. Il problema è che entrambe rischiano di ignorare il convitato di pietra seduto al centro della stanza: il mercato reale del lavoro giornalistico.

Perché mentre si discute di accessi, requisiti e percorsi professionali, migliaia di giornalisti continuano a lavorare in condizioni che nessuna categoria professionale accetterebbe come normali.

Due euro per una notizia.

Tre euro per un articolo.

Cinque euro per un approfondimento.

Non sono cifre simboliche. Sono compensi che esistono davvero nel sottobosco dell’informazione italiana. Un sottobosco che in realtà è diventato una foresta. Testate locali, siti web, portali verticali, magazine online, newsletter, produzioni multimediali. Una parte enorme dei contenuti che ogni giorno vengono pubblicati sul web nasce da questo lavoro precario e frammentato.

Qui emerge il limite più evidente della posizione sindacale.

Il sindacato continua spesso a ragionare come se il centro del sistema fosse ancora la redazione tradizionale: il quotidiano cartaceo, il contratto nazionale, il praticantato classico, il percorso lineare che porta dalla collaborazione all’assunzione.

Quel modello esiste ancora, ma rappresenta una porzione sempre più ridotta del panorama informativo.

La trasformazione digitale non ha semplicemente cambiato gli strumenti del mestiere. Ha modificato la struttura stessa del mercato. Oggi il giornalismo viene prodotto in forme molto diverse da quelle che hanno caratterizzato il Novecento. Viene pubblicato sui siti, distribuito attraverso i social, diffuso tramite newsletter, podcast, video, piattaforme proprietarie e canali che fino a pochi anni fa nemmeno esistevano.

Ignorare questa realtà non la cancella. La rende semplicemente invisibile.

Ed è qui che la posizione dell’Ordine intercetta un punto reale. Non si può continuare a disciplinare una professione immaginando che il mondo esterno sia rimasto fermo. Le regole devono confrontarsi con il modo in cui l’informazione viene prodotta oggi, non con quello in cui veniva prodotta vent’anni fa.

Naturalmente questo non significa rinunciare alla qualità, alla deontologia o alla preparazione professionale. Significa riconoscere che il giornalismo contemporaneo non passa più esclusivamente attraverso i percorsi tradizionali.

Il vero paradosso è che il sindacato teme la svalutazione della professione mentre la professione è già stata svalutata dal mercato.

Non è l’accesso ad aver ridotto il valore del lavoro giornalistico. Sono stati i compensi.

Non è l’evoluzione dei percorsi professionali ad aver impoverito il mestiere. È stata la progressiva accettazione di condizioni economiche che nessun altro settore considererebbe sostenibili.

Per anni si è raccontato che il problema del giornalismo fosse internet. Poi sono arrivati i social network. Poi gli influencer. Poi l’intelligenza artificiale.

Ogni volta si è individuato un nuovo nemico.

Nel frattempo, però, migliaia di collaboratori hanno continuato a scrivere, verificare notizie, seguire processi, raccontare territori, documentare eventi e costruire contenuti ricevendo compensi che spesso non coprono nemmeno il tempo necessario per produrli.

La verità è che il giornalismo italiano vive una frattura sempre più evidente.

Da una parte esistono le organizzazioni che continuano a rappresentare un modello storico della professione.

Dall’altra esiste una generazione di lavoratori dell’informazione che opera dentro un ecosistema completamente diverso e che raramente si sente rappresentata da quel dibattito.

Non perché non creda nel valore del giornalismo.

Perché fatica a riconoscersi in una discussione che parla di accesso alla professione mentre il problema quotidiano è riuscire a viverci.

Se il sindacato vuole davvero difendere il giornalismo, dovrebbe partire da qui.

Non dalla nostalgia di un modello che si restringe ogni anno.

Ma dalla realtà di chi produce informazione oggi.

Perché una categoria professionale può sopravvivere ai cambiamenti tecnologici. Può adattarsi ai nuovi linguaggi. Può persino reinventare il proprio modello di business.

Quello che non può permettersi è continuare a discutere del giornalismo che era, mentre sotto i suoi occhi prende forma quello che già è.

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