Aree interne, il taglio silenzioso che pesa più delle promesse
Panorama

Aree interne, il taglio silenzioso che pesa più delle promesse

Maria Cattini

Ventisette comuni montani abruzzesi esclusi dalla classificazione nazionale delle aree interne non sono un dettaglio da correggere in nota. Pongono una domanda politica molto concreta: quanto vale la montagna quando non serve a costruire identità, turismo o retorica istituzionale?

La questione riguarda il modo in cui lo Stato guarda i paesi, le famiglie che restano, gli anziani, le scuole piccole, i servizi sanitari lontani, i giovani che devono decidere se partire o provare a rimanere.

Quando un territorio viene tolto da una categoria, non perde soltanto un’etichetta. Rischia di perdere fondi, priorità e attenzione.

La montagna non è una cartolina

L’Abruzzo usa spesso la montagna come immagine di sé. La usa nei racconti turistici, nelle campagne istituzionali, negli eventi, nelle fotografie. È comprensibile: la montagna è parte essenziale della regione.

Proprio per questo non può diventare una cartolina quando serve promuovere il territorio e una voce marginale quando bisogna distribuire risorse.

Le aree interne nascono dal riconoscimento di una realtà evidente: non tutti i cittadini abitano alla stessa distanza dai servizi essenziali. Sanità, scuola, mobilità, lavoro, connessioni, assistenza e sicurezza del territorio, in un paese montano, segnano il confine tra poter vivere e dover resistere.

Una visita medica, una scuola superiore, un mezzo pubblico, una pratica amministrativa possono richiedere più tempo, più organizzazione, più costi, maggiore dipendenza dalla famiglia. Sono condizioni quotidiane che una classificazione rischia di semplificare fino a renderle irriconoscibili.

Ogni mappa include qualcuno ed esclude qualcun altro. I criteri servono. Il punto è capire se riescano a vedere la vita reale dei territori.

Un comune può apparire meno fragile sulla carta e restare fragile nei fatti. Può non risultare abbastanza lontano da un centro di servizi e avere una popolazione anziana, una scuola a rischio, collegamenti deboli, famiglie costrette a organizzarsi da sole, giovani senza una prospettiva stabile.

La montagna non cambia condizione perché cambia categoria.

Se la nuova classificazione riduce risorse destinate a sanità, famiglie, scuole e servizi, la questione non riguarda soltanto i sindaci che protestano. Quando si indebolisce un paese, si indebolisce una rete fatta di ambulatori, negozi, associazioni, trasporti, manutenzione e presidio del territorio.

L’abbandono non arriva sempre con una frana. A volte arriva con un modulo.

L’Aquila e il suo territorio non sono separabili

Per L’Aquila il tema è ancora più delicato. Il capoluogo non vive staccato dai paesi, dalle frazioni, dagli altipiani e dalle vallate che lo circondano. La città è un centro amministrativo, universitario, sanitario e culturale, ma il territorio montano non è la sua periferia decorativa.

L’Aquila conosce bene il peso delle grandi parole: ricostruzione, rinascita, cultura, resilienza, futuro. Parole importanti, che diventano fragili quando non riescono a tradursi nella vita quotidiana.

Lo stesso accade con le aree interne.

Dire che i paesi montani sono un valore non basta. Bisogna renderli luoghi abitabili. Celebrarli nelle stagioni turistiche, nelle sagre, nei sentieri e nei borghi recuperati è facile. Più difficile è garantire che una famiglia possa restare, un anziano possa curarsi, un ragazzo possa studiare senza sentirsi già fuori mappa.

Il territorio aquilano conosce bene questa contraddizione: centrale nel racconto, marginale nei servizi.

Il dibattito rischia ora di trasformarsi nella consueta gara di dichiarazioni. Governo, Regione, opposizioni, sindaci e associazioni rivendicano, accusano, correggono, promettono. Ma la domanda utile è un’altra: che cosa accadrà nei comuni esclusi?

Se la classificazione incide sulle risorse, la politica deve spiegare quali territori perdono cosa, quali misure alternative saranno previste, con quali tempi, quali fondi e quali responsabilità.

Dire che nessuno sarà lasciato indietro non serve più. Serve una contabilità pubblica delle conseguenze: fondi disponibili, interventi confermati, servizi salvaguardati, progetti a rischio, misure previste per i territori esclusi.

Senza questa chiarezza, le rassicurazioni restano sospese sopra i paesi insieme a molte altre parole già ascoltate.

Il rischio più serio è abituarsi all’idea che la montagna debba dimostrare continuamente di meritare attenzione. Un paese montano sembra costretto a esibire numeri, attrattività, potenziale turistico, capacità progettuale. Se non raggiunge la soglia richiesta, scivola fuori.

Lo Stato, però, non dovrebbe guardare soltanto dove esiste già una forza sufficiente a produrre risultati. Dovrebbe intervenire anche dove quella forza rischia di spegnersi.

Le aree interne non chiedono privilegi. Chiedono che la distanza non diventi una condanna e che abitare in montagna non significhi accettare servizi più deboli come un destino naturale.

Questo taglio pesa più delle promesse perché agisce nel punto in cui le promesse dovrebbero diventare scelte concrete. Se un territorio viene celebrato e poi escluso, il messaggio arriva comunque: importante nel racconto, meno nella distribuzione delle risorse.

Per un Abruzzo che continua a definirsi regione di montagne, borghi, parchi e comunità, è una contraddizione difficile da nascondere.

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