Cardinal Ruini, la fede e il coraggio di restare

Cardinal Ruini

«Mi sono innamorato tre volte, ma grazie a Dio ho resistito».
Certe frasi non chiedono spiegazioni. Ti fermano. Ti guardano. Ti costringono a prendere posizione.

L’intervista al Cardinal Ruini pubblicata sul Corriere della Sera — due pagine fitte, titolo netto, dichiarazioni senza zucchero — è molto più di un colloquio celebrativo per i suoi 95 anni . È uno specchio. Della Chiesa. Della politica. Di noi.

Quando un uomo che ha attraversato Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco dice che «Ratzinger sbagliò a lasciare» e che «Bergoglio ignorò la tradizione» , non sta solo facendo memoria. Sta aprendo una ferita. E le ferite, se non le guardi, marciscono.

Io quell’intervista l’ho letta come si legge una confessione pubblica. Senza cinismo. Senza idolatria. Con la curiosità di chi sa che il potere spirituale è sempre anche potere umano.

Il giornale sceglie un titolo forte. Ruini parla d’amore, di tentazioni, di inferno che «forse non è vuoto», di paura della morte . Non è il linguaggio ovattato delle omelie. È materia viva.

Il privato che diventa teologia

«Mi sono innamorato tre volte». Non è gossip. È carne. È la prova che la vocazione non è anestesia. È scelta quotidiana. Resistenza.

In un tempo che celebra ogni desiderio come diritto, sentire un cardinale parlare di limite suona quasi scandaloso. Ma la parola chiave qui è responsabilità. Verso Dio. Verso la Chiesa. Verso sé stesso.

Mi ha colpito la lucidità con cui distingue la fede dalla sua fragilità umana. Dice di non aver mai dubitato dell’esistenza di Dio, ma di aver avuto paura del giudizio . E quella paura non è medioevale. È profondamente contemporanea. In un’epoca che rimuove il concetto di responsabilità, l’idea di un giudizio finale appare quasi sovversiva.

Ratzinger, Bergoglio e la linea della tradizione

Quando Ruini sostiene che Benedetto XVI sbagliò a dimettersi, entra in un territorio delicatissimo. Le dimissioni di un Papa hanno cambiato la percezione dell’istituzione. Hanno umanizzato il pontificato. Ma hanno anche incrinato l’idea di irrevocabilità.

E poi la frase su Francesco: «Ignorò la tradizione». Non è una condanna morale. È una diagnosi. Ruini appartiene a una generazione che ha visto nella continuità il cuore della Chiesa. Per lui la rottura non è creatività. È rischio.

Leggendo, ho pensato a quante volte anche noi, nel dibattito pubblico, scambiamo il nuovo per migliore. Come se la modernità fosse un certificato automatico di qualità.

Contenuti
  • Chiesa e politica: una frattura mai chiusa
  • Il tema che nessuno vuole affrontare: il giudizio
  • Un’intervista che parla anche a chi non crede
  • Chiesa e politica: una frattura mai chiusa

    L’intervista tocca anche la politica. Il rapporto con Silvio Berlusconi viene ricordato con chiarezza . Ruini non si sottrae. Non fa il vago. Non usa mezze frasi.

    E qui il punto diventa più ampio: la Chiesa deve dialogare con il potere? Sì. Deve identificarsi con il potere? No. L’equilibrio è sottile come una lama.

    Chi ha vissuto gli anni Duemila ricorda il lessico. Famiglia. Vita. Bioetica. Parole scolpite nella pietra. Ruini ne è stato uno dei custodi.

    Oggi quel linguaggio sembra lontano. Sostituito da parole come inclusione, ascolto, periferie. Non è solo una questione semantica. È uno spostamento di asse.

    La mia sensazione? La Chiesa oscilla tra due tentazioni opposte: diventare un museo della dottrina o trasformarsi in una ONG spirituale. Ruini difende la prima ipotesi. Francesco ha spinto verso la seconda. E noi stiamo ancora cercando un punto di equilibrio.

    Mi chiedo se il conflitto sia reale o costruito. La tradizione non è un fossile. È memoria viva. Ma il cambiamento non è per forza tradimento.

    L’intervista sembra dirci che la paura più grande non è il mondo esterno. È la perdita dell’identità. In una società liquida, dove tutto scorre, restare fermi può sembrare un atto di resistenza.

    E forse Ruini questo rivendica: la coerenza. Anche quando impopolare.

    Il tema che nessuno vuole affrontare: il giudizio

    C’è una frase che mi ha inchiodato. Ruini teme che l’inferno non sia vuoto. Parole pesanti. In un’epoca in cui l’idea di punizione eterna viene archiviata come metafora.

    Ma qui non si tratta di teologia da manuale. Si tratta di responsabilità morale. Se tutto è perdonato a prescindere, che senso ha scegliere?

    Viviamo in una cultura che assolve prima ancora di ascoltare. Che relativizza ogni errore. Che teme il giudizio più della colpa.

    Ruini, a 95 anni, ricorda che la libertà senza responsabilità è solo capriccio. E questo, al di là della fede, è un tema civile.

    Un’intervista che parla anche a chi non crede

    Non serve essere cattolici praticanti per trovare nell’intervista al Cardinal Ruini una provocazione. Si può dissentire. Si può criticare. Si può trovare alcune posizioni superate.

    Ma non si può ignorare il valore di una voce che attraversa quasi un secolo di storia italiana.

    Io ho visto in quelle pagine una generazione che non si scusa per aver avuto certezze. Una generazione che ha creduto nella forza delle istituzioni. Che ha temuto lo smarrimento.

    Forse il punto non è stabilire chi abbia ragione tra Ruini e i suoi critici. Il punto è capire se siamo ancora capaci di discutere senza scomunicarci a vicenda — laicamente o religiosamente che sia.

    Resta una domanda. La Chiesa deve adattarsi al mondo o offrire un’alternativa al mondo?

    Resta un’altra domanda, ancora più scomoda. Noi, nel nostro piccolo, siamo disposti a resistere a qualcosa? A un desiderio. A una pressione sociale. A un consenso facile.

    Il Cardinal Ruini, nel raccontare i suoi innamoramenti trattenuti, non parla solo di celibato. Parla di scelta. E la scelta è sempre controcorrente.

    In un tempo che scorre veloce come un feed di Instagram, sentire un uomo di 95 anni parlare di limite, giudizio, tradizione, può sembrare anacronistico. O rivoluzionario.

    Dipende da come lo guardi.

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