Caro anno nuovo, non farci diventare persone ciniche

Ogni anno arriva con lo stesso rumore. Bottiglie che scoppiano, brindisi che si accavallano, promesse urlate sopra la musica. E poi il silenzio. Quel momento sospeso in cui ci ritroviamo da soli, davanti a un calendario nuovo di zecca, a chiederci se davvero cambierà qualcosa o se stiamo solo spostando in avanti le stesse stanchezze.
Il cinismo nasce così. Non come scelta. Come difesa.
Nasce quando smetti di credere che un gesto gentile possa spostare qualcosa. Quando pensi che impegnarsi sia ingenuo, che sperare sia tempo perso, che fidarsi sia un lusso per chi non ha già preso abbastanza colpi. È una corazza sottile, elegante perfino. Ti fa sentire lucido. Ti illude di essere forte.
Ma intanto ti asciuga.
Ci siamo allenati bene, negli ultimi anni. A non farci toccare. A ridurre l’empatia per non sentire troppo. A ironizzare su tutto, anche su ciò che meriterebbe rispetto. Il cinismo è diventato un linguaggio condiviso, quasi una forma di intelligenza sociale.
Chi si emoziona viene guardato con sospetto. Chi si espone viene catalogato come fragile. Chi crede ancora in qualcosa viene invitato, con un sorriso, a “scendere sulla terra”.
Eppure la verità è un’altra: non è il cuore aperto a renderci vulnerabili. È il cuore chiuso a renderci poveri.
Diventare cinici ha un costo che non compare nei bilanci di fine anno. Non si vede subito. Arriva piano. Prima smetti di indignarti. Poi smetti di stupirti. Alla fine smetti di desiderare.
È lì che perdiamo qualcosa di vitale.
Perché desiderare non è essere insoddisfatti. È restare vivi. È riconoscere una mancanza senza trasformarla in rancore. È ammettere che non basta sopravvivere, che vogliamo sentire, partecipare, prendere posizione.
Il cinismo, al contrario, anestetizza. Ti convince che nulla meriti davvero impegno. Che tanto è tutto già scritto. Che chi prova a cambiare le cose lo fa per ingenuità o interesse.
E così restiamo fermi. Protetti. Spenti.
Non servono buoni propositi, serve coraggio
Questo non è un invito a essere ottimisti a comando. Né a sorridere quando non se ne ha voglia. Il realismo non è il problema. La resa sì.
Essere non cinici, oggi, richiede coraggio. Più che credere, significa scegliere. Scegliere di non ridere di tutto. Di non liquidare ogni tentativo come inutile. Di non confondere il disincanto con la saggezza.
Significa restare umani quando sarebbe più facile diventare sarcastici. Restare esposti quando sarebbe comodo indurirsi. Dire “questa cosa mi importa” anche se non va di moda.
Caro anno nuovo, non chiediamo miracoli. Non promettiamo rivoluzioni personali. Chiediamo una cosa sola: non farci diventare persone ciniche.
Lasciaci la capacità di sentire la mancanza, come dicevano i latini, senza vergogna. Lasciaci il desiderio di stelle anche quando il cielo è coperto. Lasciaci l’inquietudine di chi non si accontenta di sopravvivere.
Se proprio dobbiamo cambiare, che sia per diventare più presenti. Più responsabili. Più disposti a sporcarci le mani.
Il cinismo può aspettare. La vita no.




