Chiara Ferragni, assolta. Ma non assolta da se stessa

Chiara Ferragni, assolta. Anzi, prosciolta. Ripetiamolo lentamente, così non ci confondiamo: Chiara Ferragni non andrà a processo per truffa aggravata nella vicenda dei pandori “benefici”.
La giustizia penale si ferma qui. Il resto no.
Quando, sul palco di Sanremo, indossava la stola con scritto “pensati libera”, probabilmente non immaginava che qualche anno dopo quella frase sarebbe diventata il sottotitolo perfetto di una conferenza stampa post-procura. E invece eccoci qua: abbraccio alla madre in lacrime, sorriso riconquistato, dichiarazioni da rinascita primaverile. La fata è tornata. Il bosco è salvo. Fine della paura.
Poi arriva il post. Lungo. Accurato. Autobiografico. Ed è lì che il problema comincia davvero.
Ferragni si autoassolve. Non giuridicamente — quello lo ha fatto il sistema — ma moralmente. Sottolinea che “non c’erano le basi”, che lei la pubblicità ingannevole l’ha ammessa, certo, ma che non aveva alcun motivo per ingannare nessuno. Tradotto: ho sbagliato, ma senza volerlo. È successo. Capitano cose.
Peccato che non stiamo parlando di una marca da bollo dimenticata o di un modulo compilato male.
Qui si parla di pubblicità ingannevole mascherata da beneficenza. Per sua stessa ammissione.
Il punto è proprio questo: l’assoluzione dal dolo non è una vittoria morale. È una linea giuridica. Sottile, tecnica, necessaria. Ma non è una medaglia. E fai bene, Chiara, a non festeggiarla troppo.
Perché il procedimento penale non è evaporato nel nulla per magia o per un errore di impostazione. È caduto perché le querele sono state ritirate. E sono state ritirate dopo che qualcuno ha pagato. Come, quanto, con quali strumenti, non ci riguarda. Sappiamo solo che non è stato un atto simbolico. È stato un risarcimento.
E allora no, non puoi raccontarla come un inciampo burocratico. Non puoi liquidarla come un “errore amministrativo”.
Chi sei, Chiara?
Un’impiegata distratta? Una stagista confusa? O una delle più potenti imprenditrici digitali d’Europa, con team legali, consulenti, contratti, advisory board e una macchina comunicativa che pesa come una multinazionale?
Perché le due cose non possono convivere nello stesso racconto.
Il pink world di piccolakiaraconlacappa — dove tutto è buono, involontario, candido e raddrizzabile con un post ben scritto — forse funziona ancora con una parte del pubblico. Ma fuori da lì il mondo legge, confronta, collega i fatti. E le sfumature le vede tutte. Anche quelle meno instagrammabili.
Non siamo davanti a una favola con il lieto fine. E non possiamo cominciare con “c’era una volta Chiara che visse prosciolta e contenta”.
Soprattutto perché, nel frattempo, anche la nonnina che ha creduto al pandoro solidale ha ottenuto il suo risarcimento. Segno che la storia, tanto innocente, non era.
Chiara, questa assoluzione non ti chiede di tornare a vivere. Ti chiede di crescere.
Di uscire dal racconto infantile, di parlare a persone adulte, informate, che non hanno bisogno di fiabe per capire come funzionano potere, soldi e responsabilità. Hai quasi quarant’anni. Un impero costruito sull’immagine. Un caso mediatico che verrà studiato a lungo.
La giustizia ha fatto il suo corso. Adesso tocca a te fare il tuo.




