Se le vere intenzioni degli organizzatori locali fossero state quelle di rovinare la festa a Matteo Renzi, possiamo tranquillamente affermare che nessuno sarebbe riuscito a fare di meglio.
Quella di ieri, a L’Aquila, è stata infatti una vera debacle della macchina organizzativa del Presidente Luciano D’Alfonso chiamata a gestire, malissimo, la prima visita del Premier Renzi in Abruzzo.
Ad esempio, del punto di vista mediatico, gli organizzatori- se così possono essere definiti- hanno deciso di riservare tutti gli spazi dell’angusto Palazzo Fibbioni, sede del primo incontro previsto in agenda, a tutto lo stato maggiore- e minore- del PD abruzzese accorso urgentemente e inutilmente all’incontro, per garantirgli un sacrosanto selfie con l’amato leader Renzi. I giornalisti locali e nazionali, invece, sono stati relegati per strada, oltre le transenne, proprio accanto ai manifestanti. Così, quelli che visti da lontano, se messi a confronto con qualsiasi gruppo ultras, sarebbero sembrati uno sparuto gruppo di orsoline un po’ agitate, sono stati ripresi dagli obiettivi delle telecamere come dei pericolosissimi lanciatori di uova marce, capaci di mettere in crisi la sicurezza dello Stato maggiore.
Ciò non bastasse, D’Alfonso, forse per premiare il Presidente della Fondazione nonché suo coordinatore, Vincenzo Rivera, del “generoso” prestito del Palazzo Fibbioni al Comune dell’Aquila, ha sottovalutato le note criticità di uno dei punti più sciagurati del centro storico aquilano. Dagli anni ’60, infatti, il crocevia dei “quattro cantoni” dove è appunto situato il Palazzo, è stato teatro di scontri epocali tra polizia e manifestanti proprio per la difficoltà di controllo della miriade di punti di accesso e di fuga. Chiunque avesse conosciuto un po’ della storia dell’Aquila avrebbe vivamente sconsigliato di fissare la prima tappa di un incontro così delicato proprio in quella zona della città.
Così sono bastate le scaramucce tra venti celerini della Polizia e quaranta manifestanti- la maggior parte provenienti da Chieti e Lanciano- a rovinare la tanto attesa visita del Premier Renzi a L’Aquila e in Abruzzo. E con gli obiettivi dei fotografi costretti dagli stessi organizzatori a riprendere i manifestanti anziché il festante proscenio dei politici, ecco che le immagini finite sulle prime pagine di siti e quotidiani nazionali non potevano che raccontare il trionfo delle proteste piuttosto che l’auto consacrazione del PD abruzzese.
Ben inteso: Renzi è stato contentissimo di bypassare quel seccante fuori programma a Palazzo Fibbioni, fissato in fretta e furia dai rappresentati della politica locale abruzzese, già pronta con la lunga lista di richieste impossibili da esaudire. Lo scopo principale dell’arrivo di Renzi a L’Aquila era, infatti, quello di visitare i laboratori del Gran Sasso Science Institute e, grazie ai nuovi fondi recentemente stanziati dal Governo per sostenere il prossimo triennio di studi, di presentarli alla stampa nazionale come esempio di eccellenza italiana , in perfetta sintonia con la sua narrazione del Paese. O almeno dell’immagine dell’Italia che Renzi vorrebbe tanto promuovere. Tutto il resto, le foto con D’Alfonso, Cialente, della Pezzopane che sbuca da sotto le gambe e magari anche una foto con il fidanzato Coccia Colaiuta, erano noiose divagazioni sul tema che Renzi avrebbe volentieri evitato.
Con una giornata chiusa con un bilancio così disastroso, tanti erano i musi lunghi e tristi tra i rappresentati del PD locale, molti dei quali erano rientrati di corsa dalle ferie per partecipare a quella che doveva essere la gran festa al grande capo. Tra i tanti musi lunghi, quello di un credente come Luciano D’Alfonso, al quale non è rimasto che fare il segno della croce e tentare un esorcismo per rinsavire i suoi più stretti collaboratori. L’unico rappresentante del PD a rimanere soddisfatto del risultato della disastrosa giornata aquilana è rimasto il Vice Presidente di Lotta e di Governo della Regione Abruzzo, Giovanni Lolli, che merita il premio alla memoria della buon’anima di “don Angelo Mariani”, famoso negli anni ’70 per riuscire a placare i celerini e, allo stesso tempo, arringare le folle (“Tira quatra’…tira sta morgia…”).

Grazie alle prodi imprese del figlio Mattia, che capeggiava i rivoltosi dall’altro lato delle barricate, per Zizetto comunque andava sarebbe stato un successo.

Laquilablog.it, 26 agosto 2015

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