Khaby Lame ha venduto sé stesso. E noi?

Khaby Lame

La cessione dei diritti biometrici per creare un clone AI non è fantascienza: è il presente. E solleva domande scomode sul valore della nostra identità.

Khaby Lame ha incassato quasi un miliardo di euro vendendo qualcosa che fino a ieri sembrava inalienabile: sé stesso. Non la sua immagine, quella l'avevamo già capita. Ha ceduto i diritti biometrici completi: voce, volto, movimenti, espressioni. Tutto quello che serve per costruire un avatar digitale indistinguibile dall'originale.

La notizia ha scatenato reazioni contrastanti. C'è chi grida al genio imprenditoriale, chi alla distopia imminente. Ma la verità è più banale e più inquietante: questo accordo non segna l'inizio di nulla. È semplicemente la versione miliardaria di quello che sta già accadendo, silenziosa, in migliaia di contratti meno visibili.

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Hollywood ha già provato a prenderli gratis

Nel 2023, durante lo sciopero che ha paralizzato Hollywood per mesi, il punto di rottura non erano i salari. Era proprio questo: la richiesta degli Studios di scannerizzare attori e comparse per usarne il volto all'infinito, senza pagare un centesimo oltre la giornata iniziale.

Gli attori hanno resistito. Hanno vinto, almeno parzialmente. Ma Khaby Lame ha fatto l'esatto contrario: ha firmato quella stessa clausola che a Hollywood faceva inorridire i sindacati. La differenza? Se l'è fatta pagare quanto un piccolo PIL nazionale.

Questo non lo rende un visionario. Lo rende un ricco. La distinzione conta.

Il corpo è diventato un asset obsoleto

C'è un paradosso giuridico che nessuno sembra voler affrontare: se puoi vendere la tua identità biometrica, cosa rimane di "te"? Il diritto all'immagine proteggeva qualcosa di fisico, di tangibile. Eri tu in quella foto, in quel video. Potevi controllare dove comparivi.

Ora l'identità si è slegata dal corpo. L'avatar di Khaby Lame può comparire in migliaia di video simultanei, parlare lingue che lui non conosce, promuovere prodotti che non ha mai visto. Il corpo originale diventa irrilevante. L'algoritmo è il vero titolare del business.

È un cambio radicale. Il diritto all'immagine presupponeva che l'immagine fosse una emanazione della persona. Ma se la persona può essere duplicata all'infinito, cosa stiamo proteggendo esattamente? Il diritto dell'originale o quello della copia?

Non è Black Mirror, è diritto del lavoro

La narrativa distopica ci piace perché ci fa sentire al sicuro. "Questo è fantascienza", pensiamo. Ma non lo è. È legal tech, è AI applicata al diritto commerciale. È roba da contratti, da avvocati, da clausole in corpo 8.

Gli Studios di Hollywood non volevano creare repliche perfette per divertimento. Lo volevano fare per tagliare costi. Perché pagare un attore per dieci giorni di riprese quando puoi scannerizzarlo il primo giorno e usare il suo volto per sempre?

Khaby Lame ha semplicemente alzato il prezzo a un livello che rende l'operazione accettabile. Ma per chi non ha 20 milioni di follower su TikTok, il prezzo sarà molto diverso. E qui sta il problema.

Chi decide le regole?

La domanda finale non è se questa tecnologia sia buona o cattiva. È: chi ha il potere di scegliere?

Khaby Lame aveva un'opzione: dire di no. Poteva permetterselo. Aveva già guadagnato abbastanza da TikTok per vivere senza preoccupazioni. Ha scelto di vendere perché il prezzo era giusto. Per lui.

Ma una comparsa a 100 euro al giorno? Un attore emergente che ha bisogno di lavorare? Un modello che deve pagare l'affitto? Loro hanno davvero una scelta? O la clausola di cessione dei diritti biometrici diventerà standard, da firmare se vuoi lavorare?

Questa è la differenza tra un accordo libero e uno imposto. E questa è la ragione per cui lo sciopero di Hollywood contava. Non proteggeva attori ricchi. Proteggeva tutti gli altri.

L'identità digitale come nuovo diritto

Il diritto all'immagine è morto. Non perché sia stato abolito, ma perché è diventato insufficiente. Serviva a proteggere la tua faccia in una foto. Non serve a nulla contro un avatar che replica ogni tuo movimento.

Serve un diritto dell'identità digitale. Un diritto che riconosca che la tua voce, i tuoi gesti, le tue espressioni non sono dati biometrici neutrali. Sono parte di te. E se qualcuno li vuole usare, deve chiederti il permesso. Ogni volta. Non una volta per tutte.

Khaby Lame ha dimostrato che questo diritto ha un valore economico enorme. Ma ha anche dimostrato che, senza regole chiare, quel valore lo decidono i più forti. E i più forti, di solito, non sono i lavoratori.

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