di Maria Cattini – La storia del Tsa si incrocia inevitabilmente con la vita cittadina di quegli anni. All’inizio degli anni ’80, la corrente dei “fabianei”, gli esponenti della Dc che facevano direttamente riferimento a Luciano Fabiani, divenne la più potente e temuta in Comune. Fabiani era riuscito a entrare anche nella polisportiva dell’Aquila rugby, istituendo un nuovo comitato interno per l’approvazione dell’iscrizione dei nuovi soci, fino ad allora aperta indistintamente a tutti i simpatizzanti. Un’arrogante decisione destinata ad attirargli molte antipatie e, successivamente, ad allontanare molto pubblico dagli spalti.

Anche Errico Centofanti accrebbe il controllo, diretto e indiretto, sulle Istituzioni culturali cittadine, quasi tutte nate con il suo copyright. Dopo l’esperienza del Tadua, Centofanti trasformò il Tetro Celestino nel quartier generale della Fgci aquilana. Il cugino Totò Centofanti e sua moglie, Cristina Giambruno, che già dal 1978 avevano dato via al Teatro L’Uovo, nel settembre 1981 istituirono l’omonima Scuola di teatro. Per i “dissidenti”, le esigenze dei partiti minori e le seconde file rimase solo il’Atam, costituito ufficialmente nel 1975 con il compito della distribuzione degli spettacoli teatrali. Ma proprio quando Fabiani e Centofanti sembrarono essere riusciti a radicare il loro potere in quasi tutte le maggiori realtà della vita cittadina- come spesso accade nella storia- ebbe inizio il loro declino.

Gli organi extraregionali di controllo, venuti a conoscenza delle ingenti esposizioni del Tsa, cominciano a contestare pubblicamente alla dirigenza di aver perso l’originale natura di recupero delle tradizioni abruzzesi e di inseguire progetti megalomani, economicamente insostenibili per le sue dimensioni. Il Tsa cominciò ad essere definito dalla stampa dell’epoca come un ente ”scroccone e spendaccione”.

Per queste pesanti critiche, il 14 luglio del 1980, Fabiani fu costretto a dimettersi dalla direzione del Teatro Stabile dell’Aquila. Al suo posto,  fu nominato il fido Errico Centofanti che creò, su due piedi, l’incarico di ”Consulente del presidente”, affidandolo, ça va sans dire, proprio al compagno Fabiani. Una mossa, questa, che scatenò le ire del vice Presidente Marco Fanfani (segretario aquilano del Psi) che, per protesta, si dimise dall’incarico, trovando presto rifugio come presidente nell’Atam, incarico che non lascerà più. Nel giugno ’81, il presidente Santini, per “riequilibrare la rappresentanza politica all’interno del Teatro Stabile”- come se fosse quello il vero problema-  annunciò che il  Tsa  avrebbe avuto due direttori organizzativi e un terzo direttore ”consulente”. Centofanti (Pci) divenne quindi ”Curatore dell’organizzazione nei rapporti con l’estero e relazioni pubbliche”; secondo condirettore fu nominato Alessandro Giupponi, (in quota Psi), che si occupò di ”Produzione, distribuzione e personale”; e per il terzo fu riconfermato Luciano Fabiani (Dc). Da questo ”blitz”, come fu chiamato dalla stampa, rimaneva fuori Antonio Calenda che, di fatto, abbandonò per sempre il Tsa. Walter Tortoreto in un infuocato editoriale su ”Paese Sera” disse: «Non si spiega, se non con un incredibile, disgustoso e paradossale doppiogioco, il fatto che questo intellettuale sia stato letteralmente santificato come l’artefice dei trionfi, lo stesso giorno in cui si è deciso di liquidarlo. Anche, dunque, un intellettuale scomodo per un  Tsa , in questo caso, terribilmente povero di cultura».

Dopo i trionfi della ”Rappresentazione della passione” al ”Toronto Theatre Festival”, nel maggio ’81, arrivarono i primi flop. A luglio dello stesso anno il  Tsa  debuttò al Festival dei due Mondi di Spoleto con ”Libertà a Brema”, di Fassbinder per la regia di Maurizio De Mattia. Lo spettacolo fu un insuccesso clamoroso. In città le critiche e le polemiche sulla gestione del Tsa tornano a farsi roventi. Per rispondere a tutti gli attacchi, Centofanti e Fabiani, che grazie alle leggi dell’epoca erano sempre riusciti a mantenere i bilanci nascosti, finalmente fornirono i dati ufficiali. I conti segnavano un disavanzo per circa un miliardo e 800 milioni; sommato al ”deficit patrimoniale” del  Tsa, dava come risultato 5 miliardi e 780 milioni. Oltre 12 milioni di euro attuali. I due provarono a salvare la faccia attribuendo il pesante disavanzo alle ”passività storiche”.  Quella giustificazione non convinse nessuno. Il 2 dicembre 1982, il bilancio fu bocciato, mentre a marzo il cda sfiduciò la direzione. Come se non bastasse, il 17 marzo dell’82, mentre la compagnia di Luca De Filippo stava montando le scene di ”Tre canzone fortunate”, arrivò l’ordinanza di chiusura del Teatro comunale per inagibilità. Il 12 aprile Centofanti si dimise e Luciano Fabiani tornò a ricoprire il ruolo di direttore unico. Il restauro del Comunale iniziò il 31 maggio 1983. Come tradizione, agli aquilani fu promesso “che i lavori potevano durare al massimo 18 mesi”. Alla fine ci vollero sette anni prima di restituire il Teatro Comunale alla città. Anche se non ce ne erano per restaurare il Comunale, i fondi furono comunque trovati per costruire quella specie di garage in cemento armato oggi conosciuto come “Ridotto del teatro”.

L’Aquila senza Teatro comunale in un sol colpo perse la stagione del Tsa e credibilità in fatto di istituzioni teatrali. Il 12 aprile 1983 Errico Centofanti si dimise dal Tsa, per andare a dirigere la ”Biblioteca regionale del Teatro”. Nello stesso anno si inventò, per il Comune, la “Perdonanza festival” e il ruolo di consulente “sovrintendente” della stessa, che ricoprì indisturbato fino al 1990 quando, rinviato a giudizio per un assegno a vuoto di otto milioni e trecento mila lire, si rese “irreperibile” alla magistratura. Dopo qualche anno, Centofanti si fece definitivamente da parte nella scena culturale dell’Aquila per cadere in oblio fino ai giorni nostri. Ormai divenuta famosa, sarà proprio una ex allieva del laboratorio teatrale de L’Uovo, l’attuale senatrice Stefania Pezzopane a richiamarlo al Comune dell’Aquila, solo un anno fa, per affidare al “professore” Errico Centofanti, ormai ultra settantenne, il delicato compito di promotore della Candidatura dell’Aquila a Capitale Europea della Cultura 2019.

Luciano Fabiani, rimasto solo, ricevette ancora una volta l’intera responsabilità dello Stabile per il quale produsse ”I tre moschettieri”, messo in scena al Ridotto dal novembre 1986 fino a maggio del 1987. Dodici puntate per la regia di Navello, Proietti, Dosio, Gregoretti, Maccarinelli e Missiroli. Un divertissement senza pretese che comunque coinvolse la città. Nel 1984, sempre per gli irrisolti problemi finanziari, il Tsa  fu commissariato e il sindaco Tullio De Rubeis ne assunse la gestione annullando l’intero cda e la direzione artistica. Fu l’uscita di scena definitiva anche di Luciano Fabiani che, nel frattempo, era stato rieletto Consigliere regionale. Sempre nel 1984, poco prima delle elezioni, con un concorso per titoli, valutati dallo stesso Consiglio di presidenza del quale Fabiani faceva parte, vennero assunti come giornalisti dell’Ufficio stampa del Consiglio regionale dell’Abruzzo, un giovanissimo Giampaolo Arduini, già consigliere comunale della Dc di fede “fabianea”; Rita Centofanti, cugina di Errico, che, dopo aver finito gli studi di architettura, aveva preso il testimone di “corrispondente” de L’Unità da Walter Cavalieri, suo futuro marito. Quindi non è da sorprendersi che oggi è proprio dall’ufficio stampa del Consiglio regionale che parte la ricostruzione storica che vede i tre unici padri fondatori, Fabiani, Giampaola e Centofanti.

“Arrivai nel 1987, l’anno della scomparsa di Nino Carloni,”- ricorda lo storico del Teatro dell’Università dell’Aquila, il professor Ferdinando Taviani–  “e mi resi conto che c’era all’Aquila un’incandescenza culturale, giovanile e no, per nulla sopita. Il sopore era delle istituzioni preposte alle politiche culturali e al loro sviluppo. Politiche ormai davvero scadenti. La vita culturale era costretta a svilupparsi malgrado quelle istituzioni, riuscendo, nei migliori dei casi, a rosicchiare qualcosa alla pratica del clientelismo e dell’usurpazione. Come nel resto d’Italia, tranne eccezioni. E l’Aquila non era più fra le eccezioni. Tutto qui.”

“Si pensi allo scempio del Teatro Stabile.- spiega sempre Taviani- Uno si domanda: com’è stato possibile, per esempio, per quali meandri burocratici, par quali intrichi velenosi di pasticcetti alla buona e volenterose rassegnazioni, per quali distrazioni si è arrivati ad accettare e poi sopportare per un intero mandato direttori ridicolmente non idonei, assecondando la peggior bassaforza dei partiti. E come mai quando un buon direttore finalmente c’è stato, quando aveva i numeri e la competenza per reagire al terremoto, non il terremoto ma le ragnatele dei piccoli poteri l’hanno convinto a migrare verso località più pronte a darsi da fare per garantire la decenza del lavoro?”

(Continua)

LAquilablog.it, 26 ottobre 2013

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