di Maria Cattini – Siamo alle soglie della storia contemporanea. Col finire degli anni ’80, i due controversi protagonisti della storia del Tsa, Luciano Fabiani e Errico Centofanti, escono lentamente di scena lasciando sul palco 5 miliardi e mezzo di lire, 12 milioni in euro attuali, di ”passività storiche” nascoste per anni e maturate nel corso di quella  che oggi viene definita, non a caso, “l’età dell’oro del Teatro Stabile”. Se per vent’anni tutto è girato intorno a questi due ingombranti protagonisti, riguardo ai quali la città cominciò ad essere sempre più insofferente- come sempre accade in Italia dopo un ventennio- saranno proprio quei 12 milioni di debiti, che le sole casse del Comune dell’Aquila non riusciranno mai a sanare, a diventare i maggiori protagonisti della storia degli ultimi 20 anni del Teatro Stabile. Nel 1986, per tamponare le banche creditrici, infatti, il Presidente del Tsa, Giampaolo De Rubeis, e Giovanni Lolli saranno costretti a esporsi personalmente firmando una fideiussione di 800 milioni di lire. E rischiando di fare la fine che fecero gli eredi di Fortunato Federici solo pochi anni prima.

Niente paura. Il 4 maggio del 1987, a salvare le finanze di De Rubeis e Lolli, interverrà prontamente per la prima volta la Regione Abruzzo, che del Teatro Stabile dell’Aquila, allora, non era socia. “Al fine di assicurare la attività culturale promossa dal Teatro Stabile dell’Aquila (T.S.A.)” – è scritto nella legge 19/87 – “La Regione rilascia garanzia fideiussoria in favore dello stesso Ente (Tsa, ndr) fino alla concorrenza di L. 1.000.000.000, con scadenza 31 dicembre 1988”.

Nel 1988, arriva prontamente una nuova, salvifica legge regionale. “Al fine di contribuire alla soluzione della situazione debitoria pregressa del T.S.A.,- si legge nel testo della L. R. n.84 del 20 settembre 1988– la Regione Abruzzo concede un contributo una tantum di L. 1 miliardo e 300 milioni (1milione e 400mila euro attuali, fonti Istat) e un contributo annuo a partire dall’anno 1989 fino ad un importo massimo di L. 400 milioni e per non oltre 15 anni.”  
I socialisti, per far passare la definitiva legge di salvataggio del Tsa, questa volta  pretendono una specie di “pizzo politico” a favore dell’Atam, dove già da allora ricopre il ruolo di Presidente il socialista Marco Fanfani,  e riescono a far aggiungere alla stessa legge 84/88 l’art 4: “La Giunta regionale concede all’Associazione Teatrale Abruzzese Molisana (A.T.A.M.), limitatamente all’anno 1988, un contributo di L. 500 milioni”. 
Perché, a L’Aquila, produrre spettacoli teatrali può essere costoso, ma non avete idea di quanto costi distribuirli! 
Poiché i politici non mancano di ironia, e gli abruzzesi sembrano proprio non capire, aggiunsero all’art. 5: “È dichiarato, inoltre, incompatibile qualsiasi altro tipo di finanziamento regionale.” Tanto basta fare una nuova legge. Infatti, nel ’89, la Regione è costretta ad interviene ancora.  Per far quadrare i conti “in attesa della creazione del Teatro Regionale Abruzzese”, “per garantire la continuità operativa del Teatro Stabile dell’Aquila”, la Regione concede al Tsa un altro contributo straordinario di Lire 150 milioni”. A maggio del 1990, verrà votata la Legge regionale che trasforma il Teatro Stabile dell’Aquila in Teatro Stabile Abruzzese (Legge n. 71/90). Evviva! Cambiando la ragione sociale del Teatro, pur rimanendo dentro gli stessi amministratori, si risolveranno in un sol colpo tanti problemi con i creditori.

Il 12 febbraio del 1990, con ”Sogno di una notte di mezza estate” per la regia di Glauco Mauri, dopo sette lunghi anni di lavori e polemiche, riaprono finalmente le porte del Teatro Comunale.

Il 6 febbraio 1992, il sindaco Maria Luisa Baldoni, presidente del Tsa, indicò come direttore il segretario provinciale della Dc, Enzo Gentile, che si dimetterà nel 1994. Salveti, nominato direttore artistico nel 1990 resterà prima come delegato artistico e poi come responsabile unico fino al 1995. Nel 1994 ci sarà bisogno di un nuovo colpo di spugna sui “debiti storicizzati”, questa volta con l’ennesima legge regionale, la n.70/94, si stabilisce che la Regione Abruzzo detrarrà il suo credito di 1 miliardo e 600 milioni di lire nei confronti del Teatro Stabile Abruzzese (Tsa) dagli stanziamenti annuali del teatro in dieci comode rate, “al fine di favorire la possibilita’ di adempiere l’ obbligazione evitando la crisi economico – finanziaria della Istituzione culturale, che rappresenta per l’ Abruzzo un tradizionale patrimonio di grande valore”.

Nel 1996 il  Tsa  venne commissariato da Renato Nicolini in quanto uscito dal novero dei teatro stabili a gestione pubblica. E nello stesso anno, all’alba della seconda repubblica, – giunta Falconio, assessore Stefania Pezzopane–  viene approvata la L.R. n. 11/96 che, “per la definitiva estinzione della situazione debitoria del Teatro Stabile Abruzzese, già Teatro Stabile di L’Aquila, a partire dall’esercizio 1997, il contributo annuo previsto all’art. 2 della L.R. n. 84 del 20 settembre 1988, è incrementato di un importo massimo di lire 600 milioni (seicento milioni) per una durata non superiore a 15 anni.” Dei quali – è previsto sempre nella legge-, 375 milioni di lire da dividere con l’Atam, di cui ricopre sempre saldamente il ruolo di presidente Marco Fanfani (all’epoca non più Psi ma esponente di Forza Italia).

In pratica, il giochetto contabile tappa buchi e salva poltrone delle istituzioni teatrali aquilane funziona così: se nel ‘94 la Regione ratteizza i 6 miliardi e 670 milioni di lire che che Tsa gli deve, in dieci comode annualità da 167 milioni di lire, solo due anni più tardi, nel ‘96, sempre la Regione autorizza un aumento dei contributi annuali a favore del Tsa di ben 600 milioni di lire, di cui 375 milioni- più o meno il costo dello stipendio del presidente Fanfani e del vicepresidente Gentile-  dovranno essere passati all’Atam.

Marco Fanfani, ancora fino all’anno scorso, per il suo ruolo nell’Atam,  ha percepito più di 120 mila euro l’anno. Non solo, inseguendo il modello Fabiani-Centofanti degli anni d’oro, ad affiancarlo c’è, con uno stipendio altrettanto generoso, l’oggi poco conosciuto Enzo Gentile. Padre del più famoso Michele Gentile, direttore artistico della Perdonanza, balzato agli onori delle cronache giudiziarie agli inizi degli anni 2000.

Per i più puri, sarà curioso notare un altro aspetto che accomuna la storia professionale di Marco Fanfani a quella del suo ex, storico antagonista Luciano Fabiani: Fanfani oggi è presidente della Fondazione Carispaq, proprio come lo fu, una volta uscito dalla scena teatrale, culturale e politica, Luciano Fabiani. Sconsigliamo a chiunque ulteriori  paragoni  tra le carriere dei due, tempo perso: Fabiani, tanti anni fa, è pur sempre stato un democristiano, mentre Fanfani un semplice socialista.

Risolti i problemi grazie alla Legge Regionale promossa dal Governatore Antonio Falconio (ex Dc) e dalla ex allieva dell’Uovo, Stefania Pezzopane (ex Pci), all’epoca assessore regionale, Federico Fiorenza, nel marzo ’96 venne nominato direttore unico. Nel 2002, come direttore artistico Fiorenza fece raggiungere al Tsa  la quinta posizione in Italia per incassi.

I lavori di consolidamento, eseguiti venti anni prima e durati la bellezza di sette anni, non serviranno a salvare il Teatro Comunale ‘Nazareno De Angelis’ dal terremoto del 2009.

I fondi raccolti e lo stop alle produzioni a causa del sisma, renderanno, si dice oggi, finalmente solidi i conti finanziari del Teatro Stabile Abruzzese. Ed ecco, cronaca dei giorni nostri, che il consigliere regionale Giorgio De Matteis (ex Dc ma mai fabianeo) è pronto ad intervenire urgentemente con una nuova legge regionale. Un testo non molto amato dalle giovani associazioni culturali che si chiedono come e perché “i soliti noti” debbano avere una legge regionale che salvaguardi innanzitutto il loro posto di lavoro, mentre le altre giovani associazioni teatrali rischiano di essere tagliate fuori da ogni futuro contributo della Regione.

Finisce qui l’appassionante Storia dei 50 anni del Teatro Stabile. Un storia che racconta L’Aquila e i suoi protagonisti di allora. Abbiamo volutamente scelto di finire oggi la nostra inchiesta per lasciare domani tutto lo spazio, il tempo e la serenità di chi voglia festeggiare la parte mezza piena di questa storia. Domani, molto più di noi, i protagonisti della cultura aquilana sapranno elogiare e gratificare oltremodo tutti i protagonisti. “El Cid”- come si firmava Errico Centofanti quando negli anni sessanta scriveva di cultura su Il Messaggero-  avrà il palco, le luci e i microfoni a disposizione per auto-celebrarsi.

Noi abbiamo solo provato a raccontare la parte mezza vuota della storia, quella nascosta o rimossa,  della quale, siamo sicuri, nessuno domani avrà voglia di parlare. Sia chiaro, celebrare serenamente non vuol dire dimenticare. E che la festa cominci! Ma il bis, per una volta, se lo paghino da soli.

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Prima di concludere, permettetemi di ringraziare le centinaia di lettori che hanno seguito questa storia appassionante. I colleghi giornalisti aquilani, tutti disponibili ad aiutarmi nella ricerca, e a indicarmi fatti ed eventi chiave per ricostruire questa fitta rete di relazioni che ha controllato il potere politico, economico e culturale della città dell’Aquila. Ringraziare anche i tanti lettori che hanno voluto incoraggiarmi e sostenermi con telefonate e messaggi di stima. Grazie a tutti! Siete stati fondamentali! E vorrei ringraziare, infine anche i lettori più critici, ma sempre appassionati e sinceri nei loro giudizi, come Antonello Ciccozzi che, con le sue schiette osservazioni, mi ha dato modo di precisare la vera natura di questa inchiesta giornalistica e di rispondere chi mi accusa di essere “troppo aggressiva” nei miei commenti ai protagonisti di questa storia. Come ho spiegato ad Antonello,  il primo problema è il provincialismo di una città come L’Aquila. Se si prova a indicare meriti o demeriti sulle vicende cittadine, qualcuno sostiene subito che non è giusto, riducendo il tutto a meri “attacchi personali”. Al contrario, se non si indaga, ci si lamenta continuamente del livello “omertoso” della città. La mia inchiesta giornalistica- non mi sognerei mai di definirla “storica”- è di fatto una narrazione senza l’ambizione di ricostruire con esattezza la realtà dei fatti- ciò che appunto competerebbe più agli storici. Anzi, al contrario, un editoriale contiene il punto di vista di un giornalista su un argomento specifico di attualità, come possono essere le solenni celebrazioni dei 50 anni del Teatro Stabile. E qui veniamo al dunque: è vero che Centofanti, Fabiani e suo cognato Giampaola sono stati i fondatori  del Tsa o ci troviamo davanti a un falso storico? Secondo il mio giudizio, un clamoroso falso storico certificato da un’Istituzione che, guarda caso, riconduce gli autori a stretti rapporti familiari. Il problema non è stabilire se Centofanti guidasse o meno quella ‘notte buia e tempestosa’ visto che è sfornito di patente, oppure se il suo titolo di ‘professore’ sia supportato da una laurea, la questione verte invece sulla mitizzazione degli eventi fatta per ottenere dei riconoscimenti personali. Il modello culturale economicamente insostenibile come quello del Tsa- eccezion fatta per la prima gloriosa decade, – è stato prima osannato acriticamente e poi ripetuto all’infinito solo per soddisfare gli appetiti dei partiti e dei clan familiari che hanno controllato la città fino ad oggi, generando falsi miti e dinamiche che qualcuno vorrebbe ancora riproporre. Ecco, nella mia personale visione delle cose, il vero delitto di certi personaggi- al di là del loro valore artistico e politico che non vogliamo certo mettere in discussione- è stato quello di aver divorato con troppa voracità il futuro dei propri figli. Lasciando in eredità le rovine economiche e sociali che tutti oggi stiamo pagando.

Comunque la pensiate, grazie ancora a tutti per l’attenzione e l’affetto dimostrato.

Laquilablog.it

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