Il fantasma del delitto d’onore in un’aula di giustizia

C’è una strana forma di nostalgia che ogni tanto affiora nelle aule dei tribunali italiani. Non è la nostalgia per la certezza del diritto, ma quella per un passato che credevamo sepolto sotto le macerie del patriarcato più polveroso. Il caso scoppiato a Imperia, dove un uomo di 65 anni ha tentato di uccidere la moglie di 44 a colpi di forbice e coltello, ci racconta esattamente questo: quanto sia difficile far camminare le leggi sulle gambe di una cultura che oppone resistenza.
Il fatto è lineare nella sua brutalità. L’uomo scopre che la moglie si prostituisce. Impugna le armi, la colpisce, lei si lancia dal balcone per salvarsi. Un tentato femminicidio da manuale, direbbe chiunque abbia seguito l’evoluzione normativa degli ultimi anni. Eppure, per il giudice per le indagini preliminari, l'accusa va declassata a tentato omicidio semplice. Perché? Perché la condotta della donna avrebbe "spostato il fuoco" della questione. In parole povere: lui non l'ha aggredita perché donna, ma perché lei faceva la prostituta venendo meno ai doveri matrimoniali.
La trappola dei cavilli
Siamo davanti a una vera capriola all’indietro. Leggendo l’ordinanza sembra di sentire l’eco del 1981, l’anno in cui l’Italia cancellò formalmente il delitto d’onore. All’epoca la legge era generosa con chi uccideva per riparare l'offesa alla reputazione familiare. Oggi, quarantacinque anni dopo, quel fantasma torna a trovarci sotto spoglie diverse. Non è più una norma scritta, ma un’interpretazione che scava un solco tra la vittima "perbene" e quella che, in qualche modo, "se l'è cercata".
Il gip cita la nuova legge 181 del dicembre 2025 - oggi già modificata -, quella che dovrebbe blindare il concetto di femminicidio come atto di odio, controllo o limitazione della libertà individuale. Il paradosso è quasi perfetto: il giudice usa la norma nata per proteggere le donne per sostenere che, in questo caso specifico, la protezione non scatta. Se una moglie tradisce o si prostituisce, il suo esercizio di libertà diventa "dubbio" perché viola gli obblighi di fedeltà reciproca. È un ragionamento che scotta. Significa che il diritto alla vita è subordinato alla condotta morale?
Il ritorno della vittimizzazione secondaria
Questa vicenda mette a nudo una verità scomoda: le riforme legislative, da sole, non bastano. Possiamo scrivere le leggi più avanzate del mondo, ma se chi deve applicarle resta ancorato a una visione proprietaria del rapporto di coppia, resteremo sempre al punto di partenza. Il rischio è la criminalizzazione della vittima. Si finisce per processare lo stile di vita della donna invece dell’azione violenta dell’uomo.
Non è un dibattito accademico sulla sintassi giuridica. È una questione di sostanza che tocca la sicurezza di migliaia di persone. Se passa il principio che la prevaricazione è giustificata (o attenuata) dal comportamento della vittima, stiamo legittimando una forma di giustizia fai-da-te. È il ritorno al "raptus" o allo "stato d'ira determinato dall'offesa", concetti che dovrebbero stare nei libri di storia e non nei verbali di polizia.
Il peso della narrazione
Spesso ci convinciamo che il modo in cui raccontiamo queste storie sia il cuore del problema. Certamente, parlare di "ex compagno" invece che di "compagno" o evitare termini come "passione" aiuta a pulire il campo dai pregiudizi. Ma qui siamo oltre. Qui la narrazione distorta entra direttamente nel dispositivo di una sentenza.
L'uomo di Ventimiglia ha cercato di uccidere. Non è un dettaglio burocratico. Che la moglie fosse una santa o una peccatrice agli occhi della morale corrente non dovrebbe spostare di un millimetro la gravità del gesto. Invece, l'ordinanza suggerisce che "qualche motivo ce l'aveva". È questa la frase che gela il sangue. È il "sì, ma" che svuota di senso ogni conquista civile.
Trent’anni fa festeggiavamo l’abrogazione dello stupro come delitto contro la morale pubblica. Fu un passo enorme: la violenza diventava finalmente un reato contro la persona. Oggi sembra che stiamo facendo il percorso inverso. Se l’offesa alla "morale" matrimoniale diventa una scusante per declassare un tentato femminicidio, stiamo tornando a considerare la donna come un oggetto sotto tutela, la cui integrità fisica dipende dal rispetto di certi standard comportamentali.
Il problema di fondo è che la legge sul femminicidio in Italia richiede di dimostrare un "atto di odio o prevaricazione in quanto donna". Ma cosa c'è di più prevaricatore del pretendere di disporre della vita della propria moglie perché non si accetta il suo modo di vivere? Il controllo non si esercita solo sulle donne che vogliono studiare o lavorare, ma anche su quelle che compiono scelte che la società giudica aspramente.
Se non riconosciamo che la violenza scatta proprio nel momento in cui l'uomo si sente investito del potere di punire la donna, allora non abbiamo capito nulla della dinamica del femminicidio. È un atto politico, nel senso più stretto del termine: è l'esercizio di un potere arbitrario su un altro essere umano.
Oltre il codice
Dobbiamo smetterla di nasconderci dietro i cavilli da Don Abbondio. Provare a uccidere la moglie è un atto di una chiarezza solare. Ricorrere a distinzioni morali per decidere se chiamarlo femminicidio o omicidio semplice significa solo voler addolcire la pillola a una cultura che non vuole morire.
La sfida non è solo nelle aule del Parlamento, dove le leggi si scrivono, ma nelle scuole, nelle case e soprattutto nei tribunali, dove quelle leggi devono diventare realtà quotidiana. Altrimenti, continueremo a celebrare anniversari di riforme che, sulla carta, ci rendono moderni, mentre nei fatti ci lasciano prigionieri di un passato violento e ipocrita. Il ritorno alla logica dell'onore non è un'ipotesi lontana: è un'ordinanza già scritta.



