L’oro d’Italia, dai caveau di Palazzo Koch alle razzie del Reich

Per arrivare al cuore dell’oro italiano occorre scendere sotto il livello della strada, oltre le porte blindate di Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia. Nei caveau sotterranei, tra corridoi sobri e controlli incrociati, sono custoditi migliaia di lingotti ordinati come faldoni d’archivio. Ognuno porta un marchio, una provenienza, una storia. Americani, tedeschi, sovietici. Un inventario metallico del Novecento.
Oggi la Banca d’Italia detiene 2.452 tonnellate di oro, che collocano il Paese al quarto posto mondiale per riserve auree, dopo Stati Uniti, Germania e Fondo monetario internazionale. Si tratta in larga parte di lingotti, con una quota minore in monete. Questo patrimonio rappresenta una componente centrale delle riserve ufficiali nazionali e svolge una funzione di stabilità e credibilità finanziaria, senza essere destinato a operazioni di spesa diretta.
Le origini e la crescita delle riserve
La storia della riserva aurea italiana inizia nel 1893, con la nascita della Banca d’Italia dalla fusione di tre istituti preunitari. Nei decenni successivi, parallelamente all’industrializzazione del Paese e all’espansione del commercio estero, le riserve crescono in modo progressivo, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.
Con l’entrata in guerra, il tema della sicurezza del patrimonio diventa centrale. Roma viene considerata esposta ai bombardamenti e si valuta il trasferimento dell’oro in un’area più protetta. Viene individuato un complesso industriale nell’area dell’Aquila, destinato a ospitare l’Officina carte valori. Il progetto non si concretizza: nel 1943 l’oro non viene spostato.
Settembre 1943 e l’occupazione tedesca
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Roma passa rapidamente sotto controllo tedesco. Inizia una competizione interna ai vertici del Reich per appropriarsi delle riserve della Banca d’Italia. Tra i protagonisti figurano Herbert Kappler, Hermann Göring, Walter Funk e Rudolf Rahn, ciascuno con strategie differenti sul destino del metallo prezioso.
All’interno della Banca d’Italia, la difesa dell’oro è affidata ai dirigenti e ai funzionari. Una parte delle riserve viene nascosta all’interno del caveau, murata in un’intercapedine e cancellata dai registri ufficiali tramite una movimentazione contabile simulata. Il 20 settembre arriva la richiesta formale di consegna dell’oro. La Banca è costretta a cedere.
I convogli e il trasferimento verso il Nord
Tra il 22 e il 28 settembre 1943, circa 119 tonnellate di oro lasciano Roma su due convogli ferroviari diretti a Milano. Successivamente, su pressione delle autorità tedesche e con il via libera del ministero delle Finanze della Repubblica sociale italiana, il metallo viene trasferito nel forte di Fortezza, in Alto Adige, sotto controllo diretto del Reich.
Nel febbraio 1944 viene firmato l’accordo di Fasano, che mette formalmente a disposizione l’oro italiano per le spese di guerra comuni. Da Fortezza partono due invii verso Berlino: il primo, il 29 febbraio 1944, di circa 50 tonnellate; il secondo, nell’ottobre dello stesso anno, di altre 21 tonnellate. In totale, 71 tonnellate finiscono nei forzieri della Reichsbank.
Il dopoguerra e il Gold Pool
Nel 1945, con il collasso del Terzo Reich, le riserve tedesche vengono trasferite in una miniera di potassio a Merkers-Röhm, in Turingia. Qui le truppe statunitensi rinvengono oltre 200 tonnellate di oro proveniente da diversi Paesi europei. Nasce il Gold Pool, gestito dalla Commissione tripartita di Stati Uniti, Regno Unito e Francia, con l’obiettivo di restituire l’oro monetario ai Paesi depredati.
L’Italia viene inizialmente esclusa, in quanto ex alleata della Germania, ma dopo la cobelligeranza e il trattato di pace del 1947 ottiene il diritto di presentare le proprie richieste. Tra il 1947 e il 1998 riceve poco meno di 47 tonnellate, pari a circa il 66% dell’oro sottratto. La vicenda si chiude solo dopo cinquantacinque anni, senza un recupero integrale.
Oggi: una riserva distribuita
Attualmente quasi il 45% dell’oro italiano è custodito nei caveau di via Nazionale a Roma. Il resto è depositato presso banche centrali estere: negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Svizzera. Una quota di 100 tonnellate è conferita alla Banca centrale europea.
La gestione avviene attraverso inventari, verifiche e controlli periodici. L’oro non è destinato a circolare, ma a rimanere fermo, come presidio di stabilità. Un patrimonio che continua a svolgere il proprio ruolo nel silenzio dei caveau, senza visibilità pubblica, ma con un peso che attraversa più di un secolo di storia italiana.




