Social vietati ai minori? Il vero problema è che li abbiamo progettati male

Social vietati ai minori

C’è una tentazione ricorrente, quando la realtà diventa scomoda: spegnere l’interruttore. Funziona con le luci, meno con i problemi complessi. Il dibattito esploso dopo la decisione australiana di vietare i social network ai minori di 16 anni rientra esattamente in questa categoria. Da una parte chi invoca il divieto come misura urgente, dall’altra chi lo considera inefficace, simbolico, persino miope. Eppure entrambe le posizioni sembrano inciampare nello stesso errore di fondo: trattare i social media come se fossero un dato naturale, immutabile, una sorta di clima digitale contro cui si può solo aprire o chiudere l’ombrello Cambiare i social media invece ….

Il punto cieco del confronto sta tutto lì. Si discute se consentire o proibire, come se non esistesse una terza possibilità. Come se i social potessero essere solo quelli che conosciamo oggi: piattaforme fondate sulla raccolta massiva di dati, sull’attenzione trasformata in merce, su meccanismi progettati per trattenere, non per educare. On o off. Bianco o nero. Una semplificazione che fa comodo alla politica, meno a chi prova a guardare il problema in profondità.

Il dibattito sui minori e i social va avanti da anni, spesso con toni ideologici. I contrari al divieto chiedono prove scientifiche definitive sui danni e sottolineano quanto sia facile aggirare i blocchi. I favorevoli ribattono che i rischi sono sotto gli occhi di tutti e che aspettare studi “incontrovertibili” equivale a lavarsene le mani. Nel mezzo, una contrapposizione sterile che finisce per rafforzare un’idea tossica: i social sono così e non possono essere diversi Cambiare i social media invece ….

È un assunto comodo, ma falso. Dal punto di vista tecnico i social media sono software. E il software, per definizione, è plastico. Può cambiare. Può essere ripensato. Può essere riscritto. Molto più di quanto non lo siano prodotti come alcol o sigarette, spesso citati come paragone nei discorsi sui divieti ai minori. Continuare a ragionare solo in termini di permesso o proibizione significa rinunciare in partenza a una responsabilità progettuale.

La domanda giusta non è “se”, ma “come”

Forse è il momento di spostare l’asse della discussione. Non più “i minori devono stare sui social?”, ma “che tipo di social vogliamo mettere nelle mani dei minori?”. La differenza non è semantica. È politica, culturale, tecnologica.

Immaginare piattaforme pensate davvero per bambini e ragazzi significa partire da un presupposto radicale: l’interesse economico non può essere il motore principale. E da qui discende una serie di scelte concrete, tutt’altro che utopiche.

La prima riguarda i dati. Sui minori non si raccolgono dati. Punto. Nessuna eccezione, nessuna zona grigia. La seconda è una conseguenza diretta: niente pubblicità. I grandi social contano miliardi di utenti adulti, producono profitti enormi. Chiedere che il servizio per i più giovani venga finanziato da quelle entrate non è un’eresia, è una scelta di responsabilità Cambiare i social media invece ….

Poi c’è il tempo. Limitare in modo rigido l’uso quotidiano non come funzione “gentile”, ma come regola strutturale. E ancora: impedire ai minori di pubblicare foto di persone. Una misura che colpisce due nodi critici insieme, il bullismo e l’esposizione del corpo come strumento di validazione sociale, con tutte le derive che ne conseguono.

Algoritmi che educano, non che intrappolano

Il cuore del problema resta però l’algoritmo. O meglio, l’idea che l’algoritmo sia una forza neutra, quando in realtà riflette sempre un’intenzione. Oggi quell’intenzione è massimizzare il tempo di permanenza. Nulla vieta, sul piano tecnico, di progettare feed che tengano conto dei percorsi educativi, dei programmi scolastici, dell’età. Coinvolgendo le scuole, gli insegnanti, gli psicologi. Non come decorazione etica, ma come parte integrante del progetto Cambiare i social media invece ….

A questo si aggiunge un tema delicato, ma centrale: chi può seguire chi. Regole chiare sui profili accessibili ai minori, differenziate per fascia d’età. Un ecosistema più simile a una città con zone pensate per chi cresce, meno a una discoteca aperta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Nulla di tutto questo è una bacchetta magica. Sono punti di partenza. Richiedono sperimentazione, monitoraggio, disponibilità a cambiare rotta se qualcosa non funziona. Esattamente l’opposto dell’approccio binario che domina oggi il dibattito pubblico.

E soprattutto richiedono un cambio di mentalità: smettere di considerare la tecnologia come un destino. L’idea che “funziona così” è una narrazione potente, costruita da chi ha tutto l’interesse a non cambiare nulla. Ma resta una narrazione. Non una legge di natura.

Se esiste un ambito in cui è urgente ricordare che un’altra tecnologia è sempre possibile, è quello che riguarda le generazioni più giovani. Vietare può sembrare una risposta rapida, rassicurante. Ripensare, progettare, imporre regole nuove è più faticoso. Richiede competenze, coraggio politico, visione.

Ma è l’unica strada che evita di trasformare i minori nel terreno di scontro di una guerra ideologica, lasciando intatto il vero problema. I social non sono un meteorite caduto dal cielo. Sono stati progettati così. E proprio per questo possono essere ripensati da capo Cambiare i social media invece ….

Spegnere l’interruttore è facile. Ridisegnare l’impianto richiede tempo. Ma è lì che si gioca la partita.

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