“L’emergenza negata”: quando il carcere smette di essere invisibile

Ci sono libri che nascono da un’urgenza. Non da un progetto editoriale, non da un’idea astratta, ma da un luogo chiuso, da un tempo che non passa, da una condizione che costringe a guardare in faccia ciò che, fuori, si preferisce non vedere. L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane, scritto da Gianni Alemanno insieme a Fabio Falbo, appartiene con decisione a questa categoria.
Non è un libro neutro, non è un saggio accademico, non è nemmeno un pamphlet di pura denuncia. È un testo che nasce dentro le mura di Rebibbia e che porta con sé l’attrito della vita quotidiana in carcere, la fatica di giorni tutti uguali, la consapevolezza che il sistema penitenziario italiano non vive una crisi improvvisa, ma un logoramento lungo decenni. Un logoramento che la politica ha imparato a ignorare.
Una vicenda personale che diventa lente collettiva
Il punto di partenza è noto e dichiarato. Gianni Alemanno si trova da un anno nel carcere romano di Rebibbia, dopo l’arresto avvenuto la sera del 31 dicembre 2024 per la violazione delle prescrizioni dell’affidamento in prova. Una condanna a un anno e dieci mesi per traffico di influenze illecite, residuo giudiziario dell’inchiesta “Mafia Capitale”, che riparte da zero quando il contatore viene azzerato.
Nella prefazione al volume, Rita Bernardini definisce quella decisione uno “sfregio”. Non tanto per la misura in sé, quanto per il momento e per il significato simbolico: la scelta di chiudere una persona in cella proprio l’ultimo giorno dell’anno. Bernardini non assolve, non cancella le responsabilità, ma colloca l’episodio dentro una riflessione più ampia sulla passione politica di Alemanno, sulle leggerezze commesse, sulla difficoltà di conciliare impegno pubblico e vincoli imposti dalla magistratura di sorveglianza.
Il libro non si costruisce come un’autodifesa. La vicenda personale resta sullo sfondo, funziona da accesso, non da centro. È il carcere a occupare la scena.
Rebibbia non viene raccontata come eccezione. È un osservatorio. Un luogo emblematico, certo, ma non isolato. Le dinamiche descritte – sovraffollamento, carenza di attività lavorative, difficoltà di accesso allo studio, fragilità psicologica – non appartengono solo a un istituto romano. Parlano dell’intero sistema penitenziario italiano.
Trama e struttura del libro

Tre parti, tre sguardi
Il volume è articolato in tre sezioni distinte, ciascuna con una voce riconoscibile.
La prima, firmata da Gianni Alemanno, porta un titolo che è già una dichiarazione: “La politica che non vuole vedere”. Qui l’autore ricostruisce la storia della questione carceraria italiana dal secondo dopoguerra a oggi. Non lo fa con tono accademico, ma con uno sguardo politico, diretto, spesso severo. Le carceri vengono presentate come uno spazio rimosso dal dibattito pubblico, salvo riapparire nei momenti di emergenza o di propaganda securitaria.
La seconda parte, “Le carceri italiane al collasso”, è affidata a Fabio Falbo. Falbo è un detenuto di lungo corso, laureato in Giurisprudenza durante la detenzione, impegnato nel supporto ai compagni con minori risorse economiche e culturali. Il suo sguardo è interno, ma non improvvisato. Falbo utilizza dati, confronti, riferimenti normativi. Scrive da dentro, senza indulgere nel vittimismo, scegliendo una chiave analitica che restituisce credibilità a ogni passaggio.
La terza sezione, “Il lavoro che non arriva”, raccoglie interventi di altri detenuti. Qui il tono cambia. Le voci si moltiplicano. Le storie raccontano la quotidianità, le attese disattese, le promesse di reinserimento che restano sulla carta. Il lavoro, indicato dalla Costituzione come strumento di rieducazione, emerge come assenza strutturale, non come falla episodica.
A completare il libro ci sono un’appendice con le lettere inviate alle autorità – istituzionali, politiche, religiose – e due postfazioni affidate a Gianpaolo Catanzariti, responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Unione Camere Penali Italiane, e a Serena Cataldo, impegnata nel progetto Università in carcere dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.
Dialoghi e temi
La politica sotto accusa
Il filo rosso del libro è una critica frontale alla politica. Non a un colore, non a una stagione, ma a una continuità di omissioni. Le carceri vengono descritte come il risultato di una stratificazione di problemi mai affrontati in modo sistemico. Sovraffollamento, carenza di personale, edilizia penitenziaria inadeguata, normative emergenziali che si accumulano senza una visione.
Alemanno insiste su un punto: il carcere non è un mondo separato. È uno specchio. Riflette le contraddizioni di una società che preferisce punire piuttosto che comprendere, isolare piuttosto che rieducare.
Il lavoro come chiave mancata
Il tema del lavoro attraversa tutto il volume. Non come slogan, ma come dato concreto. Senza lavoro, il carcere diventa un contenitore di tempo morto. La pena perde la sua funzione costituzionale. La recidiva non sorprende più.
Le testimonianze dei detenuti restituiscono questo vuoto con parole asciutte, spesso prive di enfasi. È proprio questa sobrietà a rendere il quadro più duro.
Stile e riflessioni
L’emergenza negata non cerca effetti letterari. La forza del libro sta nella sua aderenza alla realtà. Si avverte, pagina dopo pagina, che ciò che viene raccontato non è mediato da osservazioni esterne, ma vissuto sulla pelle.
La scrittura di Falbo colpisce per precisione. Quella di Alemanno per insistenza politica. Le due voci non si sovrappongono, si completano. Il risultato è un testo che mantiene tensione pur restando ancorato ai fatti.
Restano impressi i riferimenti alle lettere inviate alle istituzioni. Restano le descrizioni delle attività che non partono mai. Resta, soprattutto, l’idea che il carcere italiano sia diventato una zona d’ombra accettata, normalizzata.

Un contributo al dibattito pubblico
Questo libro non chiede adesioni. Non pretende consenso. Propone una lettura. Offre elementi. Avanza ipotesi. Si può condividere o meno le tesi degli autori, ma è difficile liquidare il volume come una semplice testimonianza interessata.
L’emergenza negata amplia lo sguardo. Permette di osservare il carcere dal punto di vista di chi lo abita, di chi ne conosce i meccanismi quotidiani, di chi prova a trasformare una detenzione in un atto politico e civile. In un Paese dove il carcere torna nel dibattito solo quando esplode una rivolta o un suicidio, questo libro rappresenta una presa di parola che pesa.
Non consola. Non assolve. Non chiude il discorso. Lo apre, con la forza scomoda delle cose viste da vicino.




