L’Aquila 2026: Capitale della Cultura o delle conoscenze?

piazza duomo

L’Aquila 2026. Tre ore di attesa. Una multa da 250 euro. Un progetto finito in un cassetto.

A volte la distanza tra la retorica e la realtà sta tutta in un parchimetro scaduto.

Il post su Facebook di Martina Ange, ventisei anni, fotografa, non è uno sfogo adolescenziale. È un atto d’accusa educato. E proprio per questo più potente. Racconta una scena che molti a L’Aquila conoscono bene: la sala d’attesa del potere. Dove qualcuno entra subito e qualcun altro resta fuori. Non per mancanza di idee. Per mancanza di “conoscenze”.

Nel 2026 L'Aquila sarà Capitale italiana della Cultura. Lo ripetiamo con orgoglio. Lo stampiamo sui manifesti. Lo mettiamo nelle bio social.
Ma la domanda di Martina è una lama sottile: cultura di chi? E per chi?

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La cultura non è una passerella

C’è un equivoco di fondo. Pensiamo che la cultura coincida con i cartelloni. Con i convegni. Con le inaugurazioni. Con le foto istituzionali.

La cultura, invece, è un ecosistema. Respira quando i talenti locali trovano spazio. Muore quando vengono ignorati.

Martina racconta di un progetto turistico pensato, studiato, costruito. Racconta stage non pagati. Racconta lavoro. Racconta ostinazione.
Racconta anche un’attesa di tre ore e uno sguardo che non arriva mai.

Non servono nomi. Non serve il teatrino delle responsabilità.
Serve una domanda più scomoda: quante idee valide restano nei cassetti perché non passano dal corridoio giusto?

Il vero problema non è la politica

È troppo facile dire “è colpa dei politici”.
Il meccanismo è più profondo. È culturale.

Nelle città di provincia – e L’Aquila non fa eccezione – esiste una geografia invisibile. Non è scritta nelle mappe, ma nelle relazioni. C’è chi entra dalla porta principale e chi bussa dal retro.

La parola “meritocrazia” viene usata come un rossetto sulle crepe. Sta bene nei discorsi pubblici. Ma non regge se i criteri di selezione restano opachi.

Martina non dice di voler favoritismi. Chiede di essere ascoltata.
Sembra poco. È enorme.

Capitale della Cultura: cosa significa davvero?

Una città che si candida a Capitale della Cultura dovrebbe avere il coraggio di fare una cosa semplice: aprire le porte.

Non solo agli artisti affermati. Non solo ai nomi noti. Non solo agli amici degli amici.
Ai ventenni. Ai trentenni. A chi ha deciso di restare quando sarebbe stato più facile partire.

Perché la vera competizione non è con le altre città. È con la rassegnazione dei propri giovani.

E qui sta il punto politico. Non nel senso dei partiti. Nel senso della visione.

Se L’Aquila 2026 diventa un grande evento calato dall’alto, con bandi scritti per pochi e scadenze comunicate sottovoce, avremo una vetrina. Non una trasformazione.

Se invece diventa un laboratorio aperto, con call pubbliche chiare, commissioni trasparenti, feedback reali anche ai progetti respinti, allora sì: parleremo di cultura.

Ogni città ha le sue dinamiche. Non è un’esclusiva aquilana. Ma L’Aquila, dopo il terremoto, ha costruito un racconto identitario forte: resilienza, ricostruzione, rinascita.

Una rinascita che esclude i giovani più intraprendenti è una rinascita a metà.

Quando una città che si definisce Capitale della Cultura viene percepita come capitale delle relazioni chiuse, la narrazione si incrina. Non servono campagne di marketing per ripararla.
Chi lavora nel giornalismo locale sa che storie così non sono rare. Cambiano i nomi, non la trama. La cultura non nasce nei corridoi del potere. Nasce anche negli studi fotografici aperti da chi ha ventisei anni e non ha santi in paradiso.

La cultura, quella vera, non ha bisogno di pass.

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