Con una Finanziaria solo ‘lacrime e sangue’ che non si capisce se mai basterà a salvare l’Italia dal disastro del Titanic, si torna, dopo anni, a parlare di privatizzazioni, ossia come far cassa vendendo ciò che non è indispensabile per lo Stato. I mercati finanziari, d’altronde, non ci stanno dicendo nulla che già non sapessimo. L’Italia è sommersa dai debiti e continua a spendere più di quel che guadagna. Per risolvere il problema del debito, lo Stato deve anzitutto fare una cosa: vendere il suo patrimonio per estinguere il debito. Il nostro debito pubblico ammonta a circa 1.900 miliardi di euro e ci continuiamo a indebitare per pagare gli interessi.

In realtà da varie stime è emerso che il debito dello stato è un debito virtuale. Il settore pubblico in Italia possiede abbastanza attivi inessenziali da trasformare un problema enorme e apparentemente insormontabile in un non-problema. Il patrimonio edilizio vale almeno 400 miliardi di euro. Poi ci sono le grandi aziende partecipate o possedute dal Tesoro: Enel, Eni, Finmeccanica, Terna, Poste, Ferrovie, la Rai, eccetera, il cui valore si può stimare (conservativamente) in circa 50 miliardi. La galassia delle municipalizzate, difficile da valorizzare perché dispersa ed eterogenea, produce comunque ricavi superiori ai 40 miliardi di euro: molte di queste realtà, seppure male amministrate, nascondono un valore che si potrebbe rapidamente monetizzare. Quindi bisogna vendere, vendere, vendere. Vendere tutto il patrimonio pubblico, mobiliare e immobiliare, che non sia strettamente essenziale allo svolgimento delle attività delle amministrazioni pubbliche, esternalizzando tutte le attività che il mercato può svolgere al posto dello Stato.

Senza contare che le privatizzazioni sono il modo migliore per tagliare i costi della politica e per riportare deputati e senatori a occuparsi sempre e soltanto di Parlamento e non di spartizioni. Tagliare quel sottobosco della politica che tanto ci costa in termini di efficienza della macchina dello Stato, di credibilità e indipendenza della classe politica, togliendo il terreno sotto i piedi al clientelismo e alla corruzione, dovrebbe essere il primo obiettivo dei nostri politici affranti per aver dovuto chiedere così tanti sacrifici ai cittadini. Stesso discorso vale a tutti i livelli degli apparati istituzionali: regioni, province, comuni. Quanto ci costano le municipalizzate che spesso e volentieri sono accomunate a dei carrozzoni più che ad aziende?  Il segnale lanciato dalla Regione Abruzzo di voler tagliare la propria presenza in società e consorzi non strategici può essere un segnale positivo per dimostrare la reale volontà riformatrice nel cercare di ridurre i costi della politica e tagliare le spese inutili. Ne prendiamo atto, ma finora tante buone intenzioni e risultati concreti decisamente scarsi. Tante le scelte coraggiose e i mal di pancia da far digerire dietro una politica veramente riformatrice che però appare ancora solo una chimera.

Una cosa è certa: se lo Stato non gestisce, i rappresentanti del popolo non gestiscono e soprattutto non nominano.

E risparmiamo tutti, ma non loro.

di Maria Cattini
[tratto da Gli Editoriali del Direttore –  IlCapoluogo.it]

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