L'Aquila, una porta chiusa, una città più piccola

Ci sono decisioni che non fanno rumore.
Nessuna sirena. Nessuna emergenza dichiarata.
Eppure lasciano un silenzio che pesa più di mille parole.
All’Aquila è successo questo: una porta non si è aperta.
Non per errore. Non per mancanza di tempo.
Per volontà precisa.
Una chiesa è rimasta chiusa mentre fuori c’erano persone senza un tetto. Non un luogo qualsiasi, non un edificio simbolico buono solo per le foto istituzionali. Una chiesa vera, usata, concreta. Di quelle nate per accogliere prima ancora che per rappresentare.
Il fatto in sé è semplice. E proprio per questo disturbante.
Ventitré persone hanno passato la notte all’aperto. Freddo, pioggia, niente cambi, niente riparo. Non perché non esistessero alternative. Ma perché qualcuno ha stabilito che aprire quella porta fosse sbagliato.
Non illegittimo.
Sbagliato.
Il paradosso è tutto qui: l’atto viene rivendicato come corretto, persino doveroso. Chi ha proposto di fare diversamente viene liquidato come provocatore. Come se l’idea di offrire un tetto per una notte fosse un gesto ideologico, e non una reazione elementare davanti alla fragilità.
È in questi passaggi che una comunità mostra cosa è diventata.
Non servono grandi discorsi sull’immigrazione. Non servono grafici, flussi, percentuali. Qui non c’è una questione strutturale da analizzare. C’è un gesto minimo, e una risposta altrettanto minima: aprire o chiudere.
Si è scelto di chiudere.
E questa scelta pesa ancora di più se collocata nel luogo in cui è avvenuta. Una chiesa temporanea, nata dopo il terremoto. Costruita quando la città era nuda, ferita, dipendente dalla solidarietà altrui. Quando L’Aquila non chiedeva documenti, ma aiuto. Quando ringraziava chiunque arrivasse, senza domande.
La memoria, evidentemente, non è un riflesso automatico.
Va coltivata.
Oppure si perde.
Oggi quella stessa città si scopre capace di dire no. Non per necessità, ma per linea. Non per emergenza, ma per scelta. E nel farlo riduce tutto a una questione amministrativa, come se bastasse una formula corretta per lavarsi la coscienza.
Non funziona così.
Perché qui non c’è uno scontro politico. Non c’è destra o sinistra, accoglienza o sicurezza. C’è una linea più semplice e più netta: quella che separa ciò che è umano da ciò che non lo è.
Una città che ha conosciuto la paura, il freddo, l’attesa, dovrebbe riconoscerli al primo sguardo. Quando non lo fa, non dimostra forza. Dimostra distanza. Una distanza che non protegge, ma isola.
E se chi prende queste decisioni rivendica un’identità religiosa, il problema non è la fede. È l’uso che se ne fa. Perché nessuna dottrina, nessuna tradizione, nessuna appartenenza può trasformare la chiusura in virtù.
L’Aquila non perde reputazione per una porta rimasta chiusa.
Perde qualcosa di più delicato: la capacità di sentirsi parte di una storia comune.
Una comunità non si misura dalle regole che applica, ma dai confini che decide di tracciare.
E quando quei confini escludono i più deboli, non restano molte scuse.
Alla fine, non è una questione di politiche pubbliche.
È una questione di sguardo.
E uno sguardo che passa oltre, prima o poi, non riconosce più nemmeno se stesso.




