Colgo lo spunto dalla nota di denuncia di Vincenzo Chiarizia sull’Ospedale di Giulianova che tante polemiche e ‘ipocrisie’ ha suscitato, per raccontare l’odissea di cui sono stata ‘vittima’ ieri mattina a L’Aquila, al San Salvatore. Premetto che non è mia intenzione denigrare nessuno ma è giusto potersi lamentare quando le cose vanno male soprattutto se parliamo di salute e di ospedali.
Ieri mattina alle 7,45 mi sono presentata puntuale al reparto di Ortopedia dell’Ospedale San Salvatore con una prenotazione in day hospital per la rimozione del gesso e di fili di K. Fin qui tutto bene, il reparto è bene organizzato e l’impressione, avuta durante l’intervento subito un mese fa, è confermata. Personale gentile, disponibile, competente e ben organizzato. Nessun appunto da fare anzi. Prima che il prof. Flamini mi possa visitare e decidere se rimuovere o meno i fili di K, è necessario però togliere il gesso e verificare, con una lastra, che la frattura si sia ben corretta.
Ok, vengo indirizzata in sala gessi e a fare una lastra in radiologia. Primo problema. Non c’è un portantino o operatore disponibile ad accompagnarmi con la carrozzina a fare queste due visite. Saranno tutti in ferie? Per evitare di dover passare ore e ore in ospedale propongo alla cortesissima infermiera, facente funzione di capo sala, di farmi portare da mia cugina, la mia accompagnatrice,  a fare questi giri. Accetta di buon grado non avendo altre alternative e così mi dirigo verso la sala gessi. Sala d’attesa stracolma di persone e sono solo le 8 e trenta del mattino. Considerando che sono una paziente in day hospital vengo visitata immediatamente e mi viene rimosso il gesso parzialmente. Bene, mi dico, in 10 minuti ho già finito.
Ora ci dirigiamo verso radiologia. Ore 8,45. Faccio la fila all’accettazione, consegno la cartella clinica e mi dicono di accomodarmi nel corridoio, sala 3 e attendere. “Tutto a posto?” chiedo e l’addetta alle prenotazioni ribadisce un “sì” senza prestarmi troppa attenzione.
Vengo “parcheggiata” con la carrozzina nel corridoio affollato, saluto un’amica che è arrivata poco dopo di me per una lastra anche lei e attendo pazientemente. Leggo, leggo, leggo e aspetto, convinta di potermela cavare in poco tempo, considerato anche la mia condizione di paziente in day hospital.
Dopo un’ora inizio a preoccuparmi. Nessuna chiamata per me mentre la fila di persone in attesa inizia a diminuire e nuovi pazienti ad arrivare. Provo a chiedere. “Tranquilla, quando sarà il suo turno verrà chiamata”. Ok, mi dico, sarà solo un problema di numerazione. E aspetto.
Poco dopo vedo andar via la mia amica, arrivata dopo di me e capisco che c’è qualcosa che non va. Sono le 10 passate. Chiedo nuovamente e un infermiere che mi indirizza alla sala 4 attigua alla 3. E’ lì che fanno le lastre agli arti inferiori. Ok. Aspetto.
Alle 11 inizio a fremere. Il corridoio di attesa è praticamente quasi vuoto. Non è possibile che io sia qui dalle 8,45 e ancora non sia stata chiamata! Mi rivolgo nuovamente a un infermiere che sgarbatamente e visibilmente ‘scocciato’ mi sbatte la porta in faccia senza darmi alcuna spiegazione.
E’ troppo. Vado allo sportello Accettazione e mi rivolgo all’addetta. Lei mi ascolta e poi, come se niente fosse, mi risponde “Ma lei ha fatto la fila sbagliata, aveva la priorità e doveva passare dal retro”. “Come? E quando me lo dice?” Risponde con una gran bella faccia tosta: “ma lei è qui senza operatore/portantino e quindi che ne so io?” Siamo al paradosso. Oltre che sono arrivata qui da sola senza nessun operatore ora mi devo prendere anche la “colpa”?. Replico stizzita, “ma scusi, se le presento una cartella clinica con una prenotazione dal reparto,  lei non è in grado di capire che sono in day hospital?”. Scuote le spalle e mi accompagna in un corridoio interno, mi parcheggia lì e sparisce.
Dopo 15 minuti vengo prelevata da un tecnico che, finalmente, mi porta a fare la lastra. Sono quasi le 11,30. Chiaramente e visibilmente innervosita dalla mattinata da incubo presento le mie lamentele mentre aspetto che faccia tutte le lastre che servono.
Cerca di giustificarsi.
“Non c’è nessuna precedenza per i day hospital ma solo per le barelle”.Ok.
“Che ne sanno le persone di come lavoriamo noi? Turni massacranti, sovraffollamento di utenti, personale sotto organico.”. Ok, ma che c’entrano i pazienti?.
“Qui non vengono fatti favoritismi”. Ok ma chi li ha chiesti? Ho fatto la mia brava trafila senza chiedere nulla.
“Le hanno sbattuto la porta in faccia?”Ah, questo non deve succedere!”. Ok, abbiamo abbassato le difese, mi dico.
Capisce che sono veramente furiosa e torna nella sala, dopo essere andata a controllare il pc, torna dicendomi a mezza bocca e visibilmente mortificata: “Lei è stata registrata solo alle 11 quindi non la potevamo fare prima. Io non c’entro nulla”. Cosa? Ma io sono qui dalle 8,45! Non ci posso credere di essere stata “dimenticata” in corridoio e anche colpevolizzata!.
Torno in reparto alle 12 e aspetto che il professore finisca in sala operatoria. Mi vista e torno a casa alle 14,  esausta, senza gesso ma dovrò tornare il 10 settembre per la rimozione dei fili di K. Bella mattinata, dalle 7,45 alle 14, un incubo e tremo all’idea di dover rifare la stessa trafila tra venti giorni.
Quando si parla di sanità, di risanamento, di nuove tecniche, di progresso, di restyling dei reparti, in realtà si dovrebbe tener conto principalmente che il rispetto del paziente è l’ABC che dovrebbe guidare il personale che lavora e opera dentro la sanità. Senza arrivare alla denuncia di casi clamorosi di malasanità, anche una scarsa attenzione per il paziente composta da centinaia, se non migliaia, di piccoli disservizi, di enormi attese, di poco personale, di malati e familiari non sostenuti dai sanitari come la situazione di disagio che vivono meriterebbe,  è da segnalare e denunciare. Certo all’Urp, al Tribunale del Malato ma … anche sui giornali.

di Maria Cattini

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