Unione Sovietica, trent’anni fa la fine di falce e martello.

26 dicembre 1991: Il giorno di Natale del 1991, in un discorso televisivo di appena 10 minuti, Mikhail Gorbaciov prese atto di come fosse prevalsa la linea di disgregazione dello Stato e rassegnò le dimissioni da presidente dell’URSS.

Fu un discorso solenne, breve e amaro.

Quindici minuti in cui si mostrò “sobrio e controllato” (Andrea Bonanni, Corriere della Sera, 27 dicembre 1991), tuttavia non remissivo:

“Ho difeso fermamente l’autonomia, l’indipendenza dei popoli, la sovranità delle Repubbliche.

Ma difendevo anche il mantenimento di uno Stato dell’Unione, l’integrità del Paese.

Gli avvenimenti hanno preso una piega diversa. Ha prevalso la linea di smembramento del Paese e di disgregazione dello Stato, cosa che io non posso accettare”.

Il discorso di addio del padre della perestrojka (“lascio il mio incarico con inquietudine”) era in realtà un atto d’accusa contro chi lo aveva spodestato e umiliato:

“Sono convinto che decisioni di tale portata avrebbero dovuto essere prese in base all’espressione del popolo”,

disse Gorbaciov, dimenticando che il popolo russo sotto lo spietato tallone sovietico non aveva mai avuto alcuna voce in capitolo.

Il 26 Dicembre 1991 la bandiera rossa con la falce e il martello venne ammainata dal palazzo del Cremlino e l’URSS venne ufficialmente sciolta.

Nacquero gli stati indipendenti in Europa, nel Caucaso, in Asia Centrale e, nella maggior parte del territorio sovietico, la Federazione Russa.

La dissoluzione dell’URSS pose fine all’epoca del potere bipolare e le basi per un processo di risoluzione di una molteplicità di cause e fattori di crisi come deficit e arretratezza tecnologica, nonchè profonde ferite in seguito alla guerra fredda.

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