Microsnobismo: la nuova arte di giudicare senza sembrare di farlo
Modus vivendi

Microsnobismo: la nuova arte di giudicare senza sembrare di farlo

Maria Cattini

Comprate il pane al supermercato. Punto, fine della storia — o almeno così pensavate fino a ieri. Oggi quella busta di plastica sullo scaffale della cucina è una dichiarazione politica silenziosa, e qualcuno, da qualche parte, l’ha già letta e archiviata sotto la voce “persona senza pretese culinarie”. Non ha detto nulla. Non ne aveva bisogno: gli è bastato guardare.

Il Washington Post ha dato un nome a questo automatismo: microsnobismo. Lo firma Victoria Wolff, e il termine descrive con precisione chirurgica qualcosa che la maggior parte di noi pratica ogni giorno senza accorgersene — o fingendo di non accorgersene, il che è anche peggio.

Lo snobismo classico aveva bisogno di apparato: sapere quale forchetta usare, riconoscere l’argenteria buona, avere un cognome che aprisse porte. Era un esame con un programma definito, per quanto ingiusto. Il microsnobismo non ha programma. Ha infinite materie, e cambiano ogni settimana. Il pane, certo, ma anche il caffè, l’arredamento, la scelta delle vacanze, i libri esposti in libreria, il contenuto della merenda dei bambini. Coltivate piante autoctone o comprate quelle del vivaio di catena? Il vostro olio d’oliva ha una storia — un frantoio, una famiglia, un aneddoto — o è semplicemente olio? Sono domande che nessuno pone ad alta voce, e proprio per questo funzionano meglio di un tempo: il giudizio non richiede più un confronto diretto, gli basta un’occhiata e uno scroll.

È qui che entra lo smartphone, ed è qui che la faccenda smette di essere un vezzo salottiero per diventare un meccanismo strutturale. Ogni giorno ci mette in contatto con centinaia di micro-comunità — quella del fitness, quella del vino naturale, quella dell’educazione Montessori, quella del minimalismo scandinavo — ciascuna con le proprie regole non scritte, i propri tabù, i propri segnali di appartenenza. Non esiste più un unico codice sociale da decifrare, come ai tempi dell’etichetta a tavola. Ne esistono centinaia, sovrapposti, e ognuno offre un nuovo modo di sentirsi superiori a chi non lo conosce. La frammentazione, che dovrebbe in teoria liberarci dal giudizio di un’unica classe dirigente, lo ha invece moltiplicato per mille.

E qui la faccenda si fa interessante, perché il bersaglio preferito del microsnobismo non è più chi ostenta il lusso. È diventato, con un rovesciamento quasi comico, chi lo rifiuta troppo vistosamente. Wolff lo chiama microsnobismo inverso, e il meccanismo è semplice: disprezzare le cose costose è diventato a sua volta uno status symbol. Chi compra solo biologico guarda con sufficienza chi acquista il pane normale al supermercato. Lo snob letterario guarda dall’alto in basso chi legge un bestseller da aeroporto. E chi si dichiara con orgoglio indifferente al lusso — niente marchi, niente eccessi, tutto essenziale — può risultare tanto insopportabile quanto chi lo sfoggia senza ritegno. La povertà scelta è diventata un accessorio di lusso essa stessa, solo più difficile da riconoscere perché si maschera da virtù.

Quello che rende l’osservazione di Wolff onesta, e non solo un esercizio di stile, è che l’autrice non si tira fuori dal quadro. Ammette di giudicare mentalmente le case arredate con tre tipi di marmo diversi ma senza un libro in vista, e di non sopportare i cliché aziendali e il gergo del benessere — quel vocabolario fatto di “energie”, “spazi sicuri” e “journey personali” che ha colonizzato uffici e caption di Instagram con la stessa disinvoltura. È un’ammissione che smonta in anticipo qualunque accusa di superiorità morale: nessuno, nemmeno chi denuncia il fenomeno, ne è davvero fuori. Il microsnobismo non è una malattia che colpisce gli altri. È l’aria che respiriamo quando scorriamo un feed.

Ed è proprio questo il punto che merita di essere preso sul serio, al netto dell’ironia. Un tempo il giudizio sociale richiedeva un incontro, una cena, una conversazione. Ci voleva tempo, e quindi anche un margine — piccolo, ma reale — per la sorpresa, per scoprire che la persona con il pane del supermercato aveva letto più libri di voi. Oggi il giudizio si forma in una frazione di secondo, davanti a una foto, senza contesto, senza possibilità di replica. Non è più una questione di classe o di educazione: è un algoritmo di superiorità che gira in background, sempre acceso, alimentato da centinaia di segnali che nessuno ha scelto consapevolmente di decodificare, e che decodifichiamo comunque.

La domanda che resta, alla fine, non è come smettere di essere microsnob — probabilmente non si può, è un riflesso troppo radicato nella distinzione sociale per essere disinnescato a comando. La domanda è se vale la pena continuare a fingere che il problema riguardi sempre l’olio d’oliva di qualcun altro.

Aggiungi Expresion tra i tuoi preferiti

Aggiungi Expresion tra i tuoi preferiti

Aggiungi ora