A quanto pare, davanti a una montagna che brucia, il problema più urgente per qualcuno non è il fuoco. È stabilire chi abbia diritto di stare vicino al fuoco.
Ed eccoci al capolavoro.
Mentre c’è gente che da giorni si dà da fare sul campo, con un incendio vero davanti e non una discussione su Facebook, c’è chi riesce nell’impresa di stare seduto sul divano — o sul water, che in certi casi mi sembra una collocazione intellettualmente più coerente — e insultare proprio quelli che stanno cercando di rendersi utili.
Capisco la politica. Capisco persino la fotografia sul posto. L’opposizione che approfitta dell’occasione per mostrarsi presente non rappresenta esattamente una novità nella storia delle democrazie occidentali. E fingere scandalo perché lo fanno “gli altri” richiede una memoria selettiva che personalmente non possiedo. I propri beniamini hanno fatto e farebbero esattamente la stessa cosa. Giorgia Meloni alle pompe di benzina dovrebbe aver insegnato qualcosa almeno agli appassionati del genere.
Ma c’è un punto oltre il quale la normale tifoseria politica diventa qualcosa di diverso.
Prendersela con persone che, prima ancora di avere eventualmente una tessera, una simpatia o un’opinione politica, sono cittadini impegnati da giorni ad aiutare mentre un incendio minaccia il territorio significa aver perso completamente il senso delle proporzioni.
Non vi piace chi sono? Pazienza.
Non vi piace per chi votano? Sopravviveranno.
Pensate che qualcuno stia sfruttando politicamente la situazione? Criticate quello.
Ma se una persona sta lì, sotto il coordinamento di chi gestisce le operazioni, mettendo a disposizione tempo ed energie e correndo anche dei rischi, il problema non è più la sua appartenenza politica. Il problema diventa chi, al sicuro dietro uno schermo, trova comunque il modo di disprezzarla.
E qui arriviamo all’altra questione. Quella del sindaco.
Mi è tornato in mente un vecchio detto: “La vista del padrone ingrassa il cavallo”. È ruvido, certamente poco istituzionale, ma rende l’idea meglio di molti comunicati.
Il sindaco, nell’intervista a Il Centro, ha difeso la scelta di non rientrare sostenendo, in sostanza, che la sua presenza sul luogo dell’incendio sarebbe servita a poco, salvo forse produrre qualche selfie, e che può rendersi utile anche da dove si trova.
Io non sono d’accordo.
E non perché pensi che un sindaco debba rinunciare alle ferie per contratto morale o trascorrere l’estate aspettando che succeda qualcosa. Ha diritto alla propria vita privata come chiunque altro.
Il punto è proprio un altro: esistono incarichi che, nei momenti eccezionali, smettono di essere soltanto funzioni amministrative.
Se una parte del territorio che amministri brucia per giorni, mentre uomini e donne lavorano contro le fiamme e una comunità guarda le proprie montagne andare a fuoco, la presenza del sindaco non serve a spegnere l’incendio. Grazie al cielo, aggiungerei: per quello esistono persone competenti.
Non deve dirigere le operazioni. Non deve mettersi davanti a chi lavora. E possibilmente può anche evitare il selfie, così risolviamo il problema alla radice.
Deve esserci.
Una maglietta, un paio di scarpe adatte e si va.
Si guarda negli occhi chi è lì da ore. Si ringrazia chi respira fumo e polvere. Si incontra chi sta mettendo gratuitamente a disposizione tempo, energie e competenze.
"Sono qui. Grazie. La città è con voi."
Cinque secondi. Nessuna regia social necessaria.
Perché un sindaco non rappresenta una comunità soltanto quando taglia nastri, partecipa alle inaugurazioni o racconta quanto è bella la città. La rappresenta soprattutto quando quella comunità è preoccupata, stanca, impaurita.
Altrimenti riduciamo la funzione pubblica a una specie di smart working simbolico: presenza quando conviene, collegamento da remoto quando le circostanze diventano scomode.
E c’è qualcosa che trovo persino peggiore dell’assenza: trasformare la discussione sulla presenza in un processo a chi invece è andato.
Definire o trattare i volontari quasi fossero provocatori, o persone che avrebbero fatto meglio a restarsene a casa, significa rovesciare completamente la realtà descritta in questi giorni. Sono cittadini che stanno lavorando, sotto il coordinamento di chi dirige le operazioni, per contribuire a contenere il fuoco.
Uso persino una parola che normalmente mi provoca una certa orticaria: eroi.
Eroi civili, almeno in queste ore.
Non perché abbiano bisogno della medaglia o della retorica. Proprio il contrario. Perché si stanno facendo un mazzo enorme mentre altri stabiliscono dalla comodità domestica chi abbia il pedigree politico giusto per avvicinarsi a un incendio.
Poi verrà il momento delle domande.
Bisognerà chiedersi se sia stato fatto tutto ciò che poteva essere fatto, ricostruire ciò che è accaduto nei giorni precedenti e capire se l’emergenza avrebbe potuto essere contenuta prima che raggiungesse queste dimensioni. Sono interrogativi legittimi, ma non autorizzano ad anticipare risposte che al momento non abbiamo.
Quello verrà dopo.
Adesso rimane una scena molto più elementare.
Da una parte persone che combattono il fuoco.
Dall’altra persone che combattono su Facebook contro chi combatte il fuoco.
In mezzo, un sindaco che ritiene di poter essere utile anche senza tornare.
Io continuo a preferire un’idea molto meno sofisticata della politica: quando la montagna della tua città brucia, torni.
Non perché la tua presenza spenga le fiamme.
Perché sei il sindaco.
E se anche questo ormai deve essere spiegato, temo che l’incendio non sia l’unico problema che abbiamo.
