La Perdonanza si prepara a splendere. Programma presentato, evento straordinario, grandi appuntamenti, la consueta macchina della comunicazione che si mette in moto. Tutto molto bello. Peccato che, nel frattempo, una persona con disabilità che voglia partecipare a un concerto rischi di dover affrontare una specie di caccia al tesoro amministrativa.
Come si compra il biglietto? Chi ha diritto ai posti riservati? Dove sono? L’accompagnatore entra? A chi bisogna rivolgersi?
Domande piuttosto banali, verrebbe da dire. Talmente banali che le risposte dovrebbero trovarsi in bella vista, senza telefonate esplorative, conoscenze personali o sedute spiritiche negli uffici comunali. E invece no.
La cosa che trovo più irritante è che non stiamo parlando di inventare qualcosa da zero. Negli anni scorsi un percorso c’era. Le Disability Manager del Comune dell’Aquila, insieme alle associazioni, avevano lavorato proprio per rendere chiari accesso, biglietti, riferimenti e modalità di partecipazione ai concerti della Perdonanza.
Poi qualcosa si è perso per strada.
Oggi non è neppure chiaro chi ricopra il ruolo di Disability Manager, se la funzione esista ancora oppure a chi sia stata affidata. Una figura che sembra aver raggiunto lo status delle creature leggendarie: tutti ne hanno sentito parlare, qualcuno sostiene di averla vista in passato, ma rintracciarla è un’altra faccenda.
Potrebbe sembrare una questione burocratica. Non lo è.
Perché dietro una procedura che manca c’è una persona che non sa se potrà partecipare a un evento. Dietro una pagina che non spiega nulla c’è qualcuno costretto a chiedere ciò che agli altri viene spiegato normalmente. Dietro l’assenza di indicazioni sui posti riservati, sull’accompagnatore e sui requisiti di accesso c’è una differenza molto concreta fra essere pubblico ed essere pubblico a certe condizioni.
E questa differenza pesa ancora di più durante una manifestazione che fa dell’accoglienza uno dei propri significati più forti.
C’è poi un precedente che rende difficile liquidare tutto come una semplice dimenticanza organizzativa. Durante gli eventi dei Cantieri dell’Immaginario a San Bernardino le persone con disabilità sono state collocate in uno spazio separato e marginale rispetto al resto del pubblico.
E qui il problema diventa persino visivo.
Perché possiamo riempire comunicati e fotografie con la parola “inclusione”, ma se poi, quando arrivano le sedie, le transenne e i posti da assegnare, alcune persone finiscono fisicamente ai margini, la scenografia racconta qualcosa di molto diverso.
Le pacche sulle spalle costano poco. Le fotografie ancora meno. Organizzare davvero un evento accessibile richiede invece responsabilità, procedure, indicazioni chiare e qualcuno che risponda.
Non pretendo miracoli amministrativi. Mi accontenterei persino di una cosa tremendamente poco spettacolare: sapere chi fa cosa.
Chi è il riferimento? Quali sono le regole? Dove sono pubblicate? Come deve comportarsi una persona con disabilità che vuole assistere a uno spettacolo?
Non dovrebbe servire un investigatore privato.
L’accessibilità comincia molto prima della rampa, della pedana o dello spazio riservato. Comincia nel momento in cui chiunque può capire autonomamente come partecipare. Senza chiedere favori. Senza affidarsi al passaparola. Senza sperare di conoscere la persona giusta.
Ed è proprio questo che rende la situazione ancora più stonata: mentre intorno alla Perdonanza si costruisce una narrazione grandiosa, su una questione elementare come questa regna la nebbia.
Si può organizzare l’evento più luminoso dell’anno, certo.
Ma se per sapere come entrarci qualcuno deve procedere al buio, forse c’è una luce che abbiamo dimenticato di accendere.
