Amatrice, dieci anni dopo: ricostruire le case non basta
Panorama

Amatrice, dieci anni dopo: ricostruire le case non basta

Maria Cattini

Amatrice dieci anni sono un tempo enorme nella vita di una persona. Per una ricostruzione post-sisma, invece, sembrano essere diventati quasi una normale unità di misura.

Il 24 agosto 2016 il terremoto che colpì il Centro Italia provocò 303 morti, 237 dei quali ad Amatrice. Oggi, a dieci anni di distanza, nella cittadina laziale è stato ripristinato appena il 38% degli immobili danneggiati e circa 1.000 persone, il 60% della popolazione, vivono ancora nelle sistemazioni prefabbricate.

Nell’intero cratere sono stati approvati progetti pubblici e privati per 22,7 miliardi di euro e ne sono stati erogati circa 10.

Non significa che la ricostruzione sia ferma. Significa qualcosa di più complicato: la ricostruzione procede, ma il tempo della ricostruzione non coincide con quello delle persone.

Ed è questo il vero caso della settimana.

Quando l’emergenza diventa normalità

Burocrazia, contenziosi sulle proprietà, pandemia, aumento dei prezzi dei materiali, difficoltà nel reperire manodopera: le ragioni dei ritardi sono molte e sarebbe semplicistico ridurre dieci anni di ricostruzione a una storia di inefficienza.

Ma dopo dieci anni cambia inevitabilmente la domanda.

Non basta più chiedere quanti edifici siano stati ricostruiti. Bisogna chiedere quante persone ci saranno ancora quando saranno terminati.

Nel reportage pubblicato da Reuters in occasione dell’anniversario, il ristoratore Daniele Bonanni racconta un cambiamento apparentemente piccolo. Prima del terremoto le famiglie originarie di Amatrice tornavano d’estate nelle case ereditate da genitori e nonni. Adesso molte tornano soltanto per pranzo.

È una frase che vale più di molte statistiche.

Una casa può essere ricostruita dopo dieci o quindici anni. Ma nel frattempo un bambino è cresciuto altrove, una famiglia ha trovato un’altra città, un’attività economica un altro mercato. Quella che doveva essere una sistemazione temporanea può occupare una parte enorme della vita di una persona.

E il legame con un luogo non si conserva per decreto.

L’Aquila conosce bene questa storia

Per noi abruzzesi è impossibile guardare Amatrice senza pensare al terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009, che causò 309 vittime.

Sono terremoti diversi e ricostruzioni diverse, quindi sarebbe sbagliato sovrapporli. Ma c’è una domanda che li attraversa entrambi.

Che cosa significa davvero ricostruire una città?

A L’Aquila abbiamo imparato che riaprire un palazzo non significa automaticamente riportare la vita che c’era prima. Il centro storico ha attraversato anni di cantieri, trasferimenti, attività spostate, nuove abitudini e nuovi luoghi di aggregazione.

Diciassette anni dopo il sisma, la ricostruzione aquilana mostra anche l’altra faccia di questo processo: molta parte della città è tornata fisicamente, ma la discussione su come riportare stabilmente residenti, commercio e quotidianità nel centro continua.

Perché il terremoto distrugge in pochi secondi. Il tempo necessario a ricostruire, invece, può modificare la geografia sociale di una città.

“Dov’era e com’era” è sempre la scelta giusta?

Il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi ha posto una questione ancora più scomoda. Dopo una distruzione quasi totale, si sarebbe potuto immaginare una città nuova invece di ricostruire una sorta di facsimile di quella precedente?

È un interrogativo che L’Aquila conosce bene.

Il “dov’era e com’era” protegge memoria, identità e continuità. Ma non può diventare l’unico criterio. Una città non è una scenografia da ricomporre pezzo per pezzo.

Deve essere abitabile, raggiungibile, economicamente sostenibile. Deve avere scuole, negozi, servizi, lavoro e persone disposte a viverci.

Altrimenti possiamo ottenere una ricostruzione tecnicamente impeccabile e una comunità molto più debole di quella che volevamo salvare.

Forse stiamo contando le cose sbagliate

Ogni anniversario porta con sé miliardi stanziati, pratiche approvate, cantieri aperti e percentuali di avanzamento.

Sono dati indispensabili. Ma non sufficienti.

Dopo dieci anni dovremmo misurare anche altro: quanti residenti sono realmente tornati, quanti giovani sono rimasti, quante attività lavorano tutto l’anno, quanti bambini frequentano le scuole, quanti servizi sono disponibili e quante famiglie continuano a considerare quel luogo il proprio futuro.

Amatrice oggi ci mette davanti proprio a questo.

Il 38% degli immobili ricostruiti racconta quanto lavoro resta da fare. Quel 60% di popolazione ancora nelle sistemazioni prefabbricate racconta invece quanto tempo è già passato.

L’Aquila insegna che una città può tornare materialmente molto prima — o molto dopo — della sua vita quotidiana.

Per questo, dieci anni dopo Amatrice, la domanda non dovrebbe essere soltanto quando finirà la ricostruzione.

Dovremmo chiederci quale comunità troveremo quando sarà finita.

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