La resilienza non è infinita. E continuiamo a fingere che lo sia
Panorama

La resilienza non è infinita. E continuiamo a fingere che lo sia

Maria Cattini

C’è una parola che abbiamo imparato ad amare soprattutto quando non sappiamo più come risolvere i problemi: resilienza. La applichiamo alle persone, alle città, alle economie, alle comunità dopo una catastrofe e naturalmente agli ecosistemi. Resistere, adattarsi, ripartire. È diventata quasi una virtù universale.

Il problema è che anche la resilienza ha bisogno di qualcosa che non possiamo fabbricare con uno slogan: tempo.

Il nuovo Status of Coral Reefs of the World: 2025, pubblicato il 31 agosto 2026 dal Global Coral Reef Monitoring Network (GCRMN) e dall’International Coral Reef Initiative, lo dimostra con una quantità di dati difficile da liquidare come semplice allarmismo ambientale. È la più ampia valutazione globale mai realizzata sulle barriere coralline: oltre 21 milioni di osservazioni, 87.299 rilevamenti e 36.886 siti in 124 Paesi e territori, lungo una serie storica che arriva a coprire più di quarant’anni.

Il risultato più interessante, però, non è che i coralli stanno male. Questo, purtroppo, lo sappiamo da tempo. È capire perché la loro capacità di recuperare sta diventando insufficiente.

Tra il 2020 e il 2024 la copertura globale di corallo duro è risultata inferiore del 9,5% rispetto al livello medio del periodo storico di riferimento 1980-2009. Ma il rapporto documenta anche qualcosa che complica la narrazione della catastrofe inevitabile: quando viene lasciato loro abbastanza tempo, i coralli possono ancora recuperare. Dopo il terzo grande evento globale di sbiancamento, tra il 2017 e il 2019 la copertura di corallo duro aumentò di circa il 6%.

È proprio qui che la storia diventa molto più interessante di una sequenza di percentuali.

Perché quel tempo sta scomparendo.

Secondo il rapporto, i grandi eventi globali di bleaching si verificano ormai a intervalli di circa cinque-sei anni, mentre in passato le barriere potevano avere decenni per recuperare. Dopo gli episodi del 1998-1999, 2010-2011 e 2016-2017 è arrivato quello del 2023-2024, associato a un calo stimato dell’8,9% della copertura globale di corallo duro.

Non significa che ogni barriera del pianeta stia reagendo nello stesso modo. Il quadro regionale è differenziato: nelle dieci regioni monitorate dal GCRMN, quattro mostrano un declino di lungo periodo, quattro non registrano una variazione netta e due mostrano aumenti rispetto al periodo di riferimento.

Questa precisazione è importante perché evita di trasformare una crisi reale in una profezia indistinta. Ma rende ancora più chiaro il punto centrale: la capacità di recuperare non equivale alla capacità di sopportare indefinitamente nuovi shock.

Gli scienziati hanno usato un’espressione efficace per descrivere ciò che sta accadendo: una staircase of decline, una scala del declino. Dopo uno shock arriva il recupero, ma prima che sia completo arriva un altro shock. Si recupera di nuovo, partendo però da un livello più basso. Poi ne arriva un altro. E così via.

È difficile non vedere in questa dinamica qualcosa che riguarda molto più dei coralli.

Abbiamo trasformato la resilienza in una specie di assoluzione preventiva dei sistemi che producono continuamente pressione. Se qualcosa riesce a sopravvivere, consideriamo quella sopravvivenza una dimostrazione della sua capacità di adattarsi. Ma c’è una differenza enorme tra superare una crisi e vivere permanentemente dentro una successione di crisi.

Vale per un ecosistema e, con tutte le cautele necessarie quando si passa dalla biologia alla società, vale anche come metafora del modo in cui abbiamo cominciato a parlare delle persone.

Al lavoratore chiediamo di adattarsi. Alle famiglie di assorbire l’aumento dei costi. Ai territori colpiti da eventi estremi di ricostruire. Ai servizi pubblici sotto pressione di diventare più efficienti. Alle comunità fragili di essere resilienti.

Preso singolarmente, ciascun invito può perfino avere senso. Il problema comincia quando l’adattamento diventa la risposta permanente alla mancata rimozione delle cause che producono lo shock.

A quel punto la resilienza cambia significato. Non descrive più una capacità: rischia di diventare un alibi.

I coralli, almeno, ci costringono a guardare il meccanismo senza retorica. Le ondate di calore marine legate al cambiamento climatico sono indicate dal GCRMN come il principale motore del declino globale, mentre pressioni locali come sovrapesca, sviluppo costiero e cattiva qualità dell’acqua possono ridurre ulteriormente la capacità delle barriere di resistere e recuperare. Il rapporto sostiene quindi che gestione locale e riduzione delle emissioni non siano alternative: servono entrambe.

E intanto il contesto continua a peggiorare. Il 22 agosto 2026 la temperatura media giornaliera della superficie marina dell’oceano globale extra-polare ha raggiunto 21,1 °C, il valore più alto registrato nel dataset ERA5 di Copernicus, che risale al 1979. Copernicus invita correttamente a non leggere un singolo record isolandolo dal contesto climatico, ma rileva che il dato è coerente con il riscaldamento di lungo periodo degli oceani.

Qui la questione smette definitivamente di essere soltanto quella di salvare qualcosa di bello da fotografare sott’acqua.

Le barriere coralline occupano meno dello 0,2% del fondale oceanico, ma sostengono almeno il 25% delle specie marine e contribuiscono alla sicurezza alimentare, alla protezione delle coste, al turismo e ai mezzi di sussistenza di popolazioni che vivono intorno a esse. Circa 104 milioni di persone abitano entro cinque chilometri da una barriera corallina.

Quando diminuisce la capacità di recupero dei coralli, dunque, non perdiamo soltanto biodiversità. Aumenta la vulnerabilità di sistemi umani che da quella biodiversità dipendono.

Ed è forse questo il punto che dovremmo portarci fuori dal mare.

Abbiamo costruito una cultura pubblica nella quale essere resilienti sembra sempre preferibile all’essere vulnerabili. È comprensibile: la resilienza racconta forza, reazione, capacità di rialzarsi. Ma proprio per questo può diventare una parola molto comoda per chi dovrebbe interrogarsi sulla frequenza degli urti.

Non dovremmo chiederci soltanto quanto un sistema riesca a sopportare.

Dovremmo chiederci perché continuiamo a colpirlo prima che abbia avuto il tempo di guarire.

Perché a un certo punto non esiste adattamento capace di compensare una pressione continua. Esiste soltanto un recupero ogni volta più incompleto, finché cominciamo a chiamare resilienza quello che, guardato senza eufemismi, è già declino.

Aggiungi Expresion tra i tuoi preferiti

Aggiungi Expresion tra i tuoi preferiti

Aggiungi ora →