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Panorama

La pace non è una parola: il vero nodo è che cosa si pretende dall’Ucraina

Maria Cattini

Nel dibattito sulla guerra in Ucraina c’è una parola che rischia di essere diventata troppo comoda: pace. È difficile contestarla, impossibile dichiararsi contrari senza apparire irresponsabili, ma proprio per questo può trasformarsi in una scorciatoia. Perché chiedere la pace non significa ancora dire quale pace, a quali condizioni e soprattutto attraverso quali rinunce delle parti.

È qui che il ragionamento cambia. Finché la discussione rimane confinata nell’alternativa tra chi sarebbe favorevole alla pace e chi vorrebbe continuare la guerra, tutto sembra semplice. Quando invece si entra nel merito delle condizioni attribuite alla Russia nel materiale disponibile, la questione diventa molto più difficile da liquidare con un’etichetta.

Il punto non è stabilire chi pronunci più spesso la parola “negoziato”. Un negoziato esiste quando le parti portano al tavolo richieste sulle quali è possibile discutere, modificare posizioni, ottenere qualcosa e rinunciare a qualcos’altro. Se invece una delle parti considera preliminari e irrinunciabili le proprie condizioni e all’altra rimane soltanto la possibilità di accettarle, siamo davanti a qualcosa di sostanzialmente diverso.

Ed è questa la domanda che dovrebbe precedere molte discussioni sulla guerra: che cosa viene chiesto concretamente all’Ucraina per fermare le ostilità?

Nel testo fornito vengono individuati cinque nuclei delle richieste russe: neutralità ucraina e rinuncia alla NATO; riconoscimento della sovranità russa sulla Crimea e sulle quattro regioni rivendicate da Mosca, accompagnato dal ritiro ucraino anche dalle aree che Kiev controlla ancora; forte ridimensionamento delle forze armate ucraine; interventi sulla configurazione politica interna ricondotti da Mosca alla “denazificazione”; modifiche riguardanti lingua russa e rapporti con la Chiesa ortodossa.

Considerate insieme, queste condizioni pongono una questione che va ben oltre la cessazione dei combattimenti. Riguardano il territorio dell’Ucraina, le sue future alleanze, la dimensione e le capacità delle sue forze armate e aspetti del suo ordinamento interno. Il problema politico, quindi, non è soltanto quanto Kiev sia disposta a sacrificare per ottenere la fine della guerra. È anche quale sovranità conserverebbe dopo aver accettato l’insieme di quelle condizioni.

La questione territoriale è forse la più evidente. Una cosa è congelare una linea del fronte, lasciando irrisolto il riconoscimento giuridico dei territori occupati; altra cosa è chiedere all’Ucraina di riconoscere la sovranità russa sui territori rivendicati da Mosca e, secondo la ricostruzione proposta, di ritirarsi anche dalle parti delle regioni interessate che la Russia non controlla. La differenza non è nominalistica. Nel primo caso si congela una situazione militare senza necessariamente trasformarla in riconoscimento politico definitivo; nel secondo si pretende che il risultato della guerra produca anche una cessione formalmente riconosciuta.

Lo stesso vale per la neutralità. La rinuncia all’ingresso nella NATO potrebbe essere materia di un accordo, se accettata dall’Ucraina e accompagnata da garanzie di sicurezza sufficientemente solide. Ma una neutralità che comprendesse limitazioni permanenti alle capacità militari ucraine e alla possibilità di ospitare forze straniere aprirebbe immediatamente un altro problema: chi garantirebbe quella neutralità e con quali strumenti?

Una pace che renda un Paese incapace di difendersi non diventa automaticamente stabile soltanto perché sono cessati i bombardamenti. La stabilità dipende anche dalla credibilità delle garanzie previste per ciò che accadrà dopo.

È probabilmente questo uno dei punti più deboli della retorica che riduce tutto alla frase “bisogna trattare”. Certo che bisogna trattare, se esistono le condizioni per farlo. Ma il verbo non risolve il problema. Bisogna sapere su cosa si tratta, quali sono i margini di compromesso e quali garanzie impedirebbero a un accordo di diventare soltanto una pausa prima di un nuovo conflitto.

Il materiale fornito mette a confronto le richieste russe con una diversa impostazione attribuita a una proposta statunitense elaborata alla fine del 2025. In quella ricostruzione si prevedevano, tra gli altri elementi, cessate il fuoco immediato, congelamento delle linee territoriali senza obbligare Kiev al riconoscimento formale della sovranità russa sulle aree occupate, fasce smilitarizzate da entrambe le parti, mantenimento di forze armate ucraine più consistenti, presenza di forze internazionali di interposizione e prosecuzione del negoziato sulle questioni rimaste aperte.

Non significa che una simile proposta sarebbe stata necessariamente giusta, efficace o accettabile in ogni sua parte. Significa però che esiste una differenza sostanziale tra congelare un conflitto per aprire una trattativa e subordinare persino il cessate il fuoco all’accettazione preventiva delle condizioni fondamentali di una delle parti.

È precisamente su questa differenza che dovrebbe concentrarsi il confronto pubblico.

Anche il termine “resa” va usato con cautela, perché appartiene già al terreno dell’interpretazione. Ma se un accordo comportasse contemporaneamente perdita o riconoscimento della perdita di territori, riduzione drastica delle capacità militari, vincoli sulle alleanze future e condizionamenti dell’assetto politico interno senza contropartite comparabili, definirlo semplicemente “piano di pace” sarebbe altrettanto fuorviante. Prima dell’etichetta viene il contenuto.

Questo non rende automaticamente accettabile l’alternativa della guerra senza fine. Ogni mese di combattimenti significa altre vittime, distruzioni e territori contesi. Proprio per questo il problema non può essere nascosto dietro una contrapposizione morale tra pacifisti e guerrafondai. È necessario chiedersi quale compromesso possa fermare la guerra senza creare le condizioni perché ricominci.

C’è poi una responsabilità specifica di chi pretende di svolgere un ruolo di mediazione. Un mediatore non deve necessariamente essere equidistante, ma deve costruire uno spazio nel quale entrambe le parti abbiano qualcosa da negoziare. Se la sua funzione diventa esclusivamente quella di convincere una parte ad accettare le condizioni dell’altra, il significato politico della mediazione cambia.

È su questo terreno che va giudicato anche il ruolo degli Stati Uniti descritto nel materiale fornito. La tesi secondo cui Washington sarebbe diventata “complice” di Mosca resta un giudizio politico e non può essere trasformata automaticamente in un fatto. Ma la domanda sottostante è legittima: gli Stati Uniti stanno cercando un compromesso tra le posizioni oppure stanno aumentandoando la pressione soprattutto su Kiev affinché accetti le richieste russe? Per rispondere seriamente servono atti, proposte e comportamenti diplomatici verificabili, non simpatie per Trump, Putin o Zelensky.

Ed è forse proprio qui che il dibattito italiano mostra il suo limite più evidente. Discutiamo moltissimo di chi vuole la pace e troppo poco di ciò che dovrebbe esserci scritto dentro quella pace.

Dire “negoziato” non basta. Dire “cessate il fuoco” non basta. E nemmeno ripetere che ogni guerra termina prima o poi intorno a un tavolo risolve la questione, perché il problema decisivo è precisamente ciò che accade prima di sedersi a quel tavolo e ciò che ciascuno è disposto a firmare una volta seduto.

La domanda corretta, allora, non è chi sia abbastanza pacifista da pronunciare più forte la parola pace. È molto più concreta: che cosa deve cedere la Russia, che cosa deve cedere l’Ucraina e quali garanzie riceve ciascuna parte?

Se alla prima domanda non esiste risposta mentre alla seconda corrisponde un elenco di territori, armamenti, alleanze e scelte interne da sacrificare, il problema non è che qualcuno si ostina a rifiutare la pace.

Il problema è capire se quella che gli viene proposta sia davvero una trattativa.

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