di Maria Cattini – E’ Fabrizio Barca, lo stesso ex ministro che il sindaco Cialente indicava come possibile consulente della sua amministrazione all’indomani del ritiro delle sue dimissioni, a lanciare l’ultimo j’accuse all’amministrazione della città e alla governance della ricostruzione.

Barca è intervenuto nel corso di una trasmissione di Radio Rai3, dove ha ricostruito la sua esperienza nata come inviato nelle zone terremotate nel luglio 2009 dall’allora ministro Tremonti: «Quando arrivai parlai con il sindaco e con tutti gli altri soggetti che avrebbero potuto partecipare al rilancio del territorio e fu coinvolta anche l’Ocse. Vennero messe sul tavolo tantissime proposte che, però, non trovarono riscontro per precise scelte politiche che ibernarono la città». Barca, una volta nominato ministro, fu inoltre uno dei più entusiasti sostenitori di progetti per sottoservizi avanzati o del Gran Sasso science institute. Ma dopo aver preso atto della mancanza di interesse da parte della politica locale, fu lo stesso Barca a scrivere ai soggetti che aveva coinvolto scusandosi per aver fatto perdere loro del tempo «mi resi conto che non c’erano le condizioni per andare avanti».
Anche sulla misura del de minimis- ribattezzata dai politici aquilani “Zona Franca dell’Aquila” per paura di essere smentiti- l’ex ministro per la coesione territoriale  ha spiegato come sono andati i fatti: “Lo dico con molta sincerità: avevamo disegnato un provvedimento, il de minimis, che prevedeva fino a 100 mila euro per ogni commerciante che rischiasse di rientrare in centro. Il provvedimento è stato attuato male perché  per voler dare a tutti è stato dato pochissimo: 15, 16, 17 mila euro per ogni impresa, soldi con i quali di certo non si coprono i rischi di un avviamento. Tutto ciò ha provocato mortificazione e rabbia tra gli imprenditori e i commercianti.”

Le dichiarazioni di Barca non meravigliano chi ha seguito con attenzione i primi anni della ricostruzione. Prima dell’ex ministro, tanti personaggi di primo piano, accorsi subito dopo il terremoto per cercare di dare un aiuto all’opera di ricostruzione, hanno raccontato nello stesso modo la loro esperienza a L’Aquila. Con le stesse amare considerazioni. Non ultimo l’architetto Renzo Piano che, all’indomani del terremoto, si era reso disponibile ad adottare la ricostruzione di un intero quartiere. “Ma dopo un po’ di tempo, il sindaco mi disse che non era possibile”, ha dichiarato Piano a L’Espresso solo un anno fa.
Tra mille sterili polemiche, alla fine fu “concesso” a Piano di costruire- con i fondi messi a disposizione dalla Regione Trentino- solo un piccolo auditorium che oggi ospita di tutto: dagli eventi più importanti, alle visite dei presidenti della Repubblica, ai matrimoni dei cittadini aquilani
Meno fortunato l’architetto giapponese Shigeru Ban che ha raccontato, incredulo, la sua amara esperienza con l’amministrazione Cialente a Il Fatto Quotidiano la scorsa domenica, in occasione delle celebrazioni dei cinque anni dal sisma del 6 aprile 2009.  Ban , pur avendo il progetto finanziato niente meno che dal Giappone, ancora non riesce a realizzare la sua opera per la quale sembrerebbe che il Comune non abbia più alcun interesse.
Queste esperienze raccontano tutte di una città pronta a chiedere solo contributi economici ma a rifiutare chiunque dotato di grandi esperienze e professionalità si fosse messo a disposizione per ricostruire una città migliore di quello che era. Una politica miope, se non ottusa, supportata solo dalla paura di perdere il controllo sui flussi di denaro e per l’impossibilità di curare le clientele locali e gli interessi di fantomatici “imprenditori” o piccoli “costruttori” aquilani.

“Dateci tutti i soldi che chiediamo e la possibilità di assumere negli uffici pubblici ma, per il resto, tutti fuori dalle balle. L’Aquila è roba nostra”: questa in pratica la filosofia- se così si può chiamare-  seguita da Massimo Cialente e Stefania Pezzopane per la ricostruzione. “Una solidarietà pelosa” che, confermano i dati, ha saputo produrre fino ad oggi solo tristezza e sconforto tra gli aquilani, costretti a vivere senza centro storico e in una periferia di rara bruttezza.

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